Omologazione. Dalla fatica di scegliere la perdita del sé

Insieme alla famigerata tecnica del contouring, utilizzata allo scopo di scolpire e valorizzare i lineamenti del proprio volto, la scelta di adeguarsi al pensiero o al modello socio-estetico-culturale dominante pare esercitare nel mondo moderno la stessa rinomanza.

Non è tanto importante indagare sul perché una mattina ci si svegli con il desiderio improvviso di sagomare il proprio zigomo fino a quel momento rassegnato tra gli abissi dell’anonimato: ogni giorno, decine di celebrità e meno noti influencer avranno cura di dimostrarci come nella capacità di modellare il proprio volto, alternando linee scure a zone più chiare, stia una sorta di certificazione di acquisita autostima e successo personale.

Neppure importa conoscere la ragione per la quale si decida di seguire quel modello invece di un altro. Ciò cui si aspira è che la cosa prescelta funzioni, tanto da non lasciare indietro. Ancor più che funzioni in modo tale da assicurare la propria accettazione tra coloro cui si desidera essere affiliati

Alcuni mesi fa nella palestra che frequento mi coinvolse un caso interessante. Mentre mi cambiavo nello spogliatoio, una giovane dal corpo sottile e l’aria sicura mi si avvicinò per chiedermi dove si trovasse il distributore dell’acqua. Aveva lunghi capelli castani e l’espressione a tratti imbronciata. La osservai con discrezione per qualche istante. Mi colpì subito il suo volto. Non avrà avuto più di vent’anni, eppure già aveva vissuto numerose correzioni estetiche.

Non era certo affar mio giudicare le scelte di quella donna, e infatti non lo feci. La mia curiosità per lei fu piuttosto alimentata dalla certezza di conoscerla già. Pensai ad Instagram, poi al mondo reale.

Quelle labbra grandi, visibilmente artefatte, perfettamente simmetriche, erano le stesse labbra di quell’hostess che mi controllò il passaporto qualche settimana prima in aeroporto. I suoi zigomi, alti e rigonfi, erano gli stessi zigomi di quella sconosciuta che mi sedeva di fronte il giorno prima sulla metro. Gli stessi di quell’influencer che in un reel su Instagram invitava all’acquisto di un nuovo mascara. 

Poco dopo l’inizio del mio allenamento notai la ragazza dello spogliatoio sistemarsi su di un tappetino poco distante dal mio e restare in attesa. Iniziò quindi a sorridere in direzione dell’ingresso e pronunciò a voce alta il nome di una donna: ”Martha, Martha! Sono qui!”.

Martha le andò incontro e la salutò in modo affettuoso. Le due giovani iniziarono allora a conversare sedute entrambe su di uno step, mentre ognuna continuava a monitorare il proprio smartphone.

Seguii questa scena come si osserva qualunque dinamica ci accada dinanzi senza che ci riguardi direttamente: in modo distratto e del tutto disinteressato. Finché Martha non si tolse il cappello con la visiera che le oscurava il volto. Fu allora che la mia curiosità per le due donne si fece irriverente.

Rividi di nuovo le stesse labbra gonfie e suadenti, gli stessi zigomi sagomati e prominenti della ragazza dello spogliatoio. Perfino le sopracciglia erano state modellate alla stessa maniera: marcate, squadrate e ricurve, tanto da disegnare sui volti di entrambe la medesima espressione accigliata.


Per quanto mi forzai di guardare altrove, non ci riuscì.

Soprattutto, come potevano due ragazze, per giunta tra loro amiche, convivere pacificamente con la consapevolezza di essere così simili, finanche uguali? 

Mi turbò pensare che se le avessi incontrate in due momenti diversi, le avrei certamente scambiate: nulla, eccetto i loro vestiti, le rendeva tra loro distinguibili.

La mattina seguente, mentre mi pettinavo i capelli davanti allo specchio, osservai le mie labbra e le trovai imperfette. Il mio labbro superiore era più sottile di quello inferiore, ed entrambi non erano sufficientemente prominenti. I miei zigomi erano troppo poco aguzzi e pronunciati. Le sopracciglia troppo sottili, sproporzionate e di una forma poco attraente perché potessero restituirmi un’aura sicura e maliziosa.

Quella mattina contai almeno sette interventi correttivi cui sottopormi, a seguito dei quali avrei certamente rinunciato a conoscere il mio reale stato d’animo e, allo stesso modo, la mia stessa natura.

Pensai che, probabilmente, qualora mi fossi svegliata radiosa, il nuovo sguardo mefistofelico mi avrebbe inevitabilmente derubata di credibilità e pure incupita moltissimo. Avrei, infatti, esibito un’espressione sfidante, anche quando mi sarei sentita sopraffatta o nostalgica. Malinconica o insicura. 

Non passò molto tempo prima di prendere le distanze da simili tentazioni.

Non mi interessava più avere la bocca voluminosa e perfettamente simmetrica e neppure avere la forma degli occhi come quella di una sfinge, o respirare attraverso un naso sottile con la punta all’insù.

La mia bocca era di nuovo semplicemente la mia bocca, i miei zigomi di nuovo solo i miei zigomi. E pure le mie sopracciglia, per quanto ancora troppo delicate e irregolari, erano sempre capaci di corrispondermi qualunque espressione d’animo provassi. 

É allora che ripensai alle due giovani della palestra e al potere di influenza che inconsapevolmente avevano esercitato su di me, e finalmente mi fu chiara la presenza sulla scena di un attore che fino a quel momento avevo ignorato: l’omologazione.

Come dimostra il caso in questione, aderire a determinati canoni estetici, specie quando popolari nella società in cui si vive, e/o sponsorizzati da personaggi dal largo seguito e consenso, risponde a una precisa scelta: non scegliere.

È preferibile infatti confondersi, fino a rischiare di perdersi, dentro un tappeto di facce simili, finanche uguali, piuttosto che assumersi l’onere di essere riconosciuti per ciò che siamo e non siamo.

Attraverso questa vicenda realizzai che l’omologazione risponde al bisogno di protezione più che al desiderio di autenticazione agli occhi dei più.

Ma la sua arte è sopraffina e va indagata.

Se in apparenza, infatti, saremmo indotti a pensare che desiderare un volto dai connotati appariscenti risponda alla volontà di manifestare la propria esuberanza, ad una valutazione più sottile si scoprirà, invece, che dietro la necessità di rivoluzionare il proprio volto, adeguandolo ad uno standard estetico e qualitativo considerato ideale, risieda la fatica di scegliere da chi o che cosa ci si senta realmente attratti, o quale tra le innumerevoli possibilità di essere ci appartenga davvero e a quale invece si voglia rinunciare.

Il potere di fascinazione verso un dato modello estetico, da cui venni colpita inaspettatamente quella mattina, era riuscito per qualche tempo a destabilizzare le poche certezze conquistate fino ad allora, portandomi a mettere in discussione quasi ogni linea della mia immagine.

Lo aveva fatto infiltrandosi tra le pieghe della mia fallibilità e tra quelle delle mie personali e distinguibili forme di imperfezione, che spesso o talvolta vorrebbero rifuggire il dovere di rispondere della loro scelta anticonformista e oggi quasi anarchica di essere uguali a se stesse e a nessun altro, e trovare riparo sotto l’ombrello della non scelta: l’omologazione.

Ripensai un’ultima volta alla ragazza dello spogliatoio e alla sua espressione imbronciata, e mi prese una certa tenerezza e così il dubbio: il suo cruccio era reale o un prodotto dei suoi artifici?

E per riuscire in questa sfida, il tempo di una vita, con buona probabilità, non sarà sufficiente.


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