Nell’era digitale che ci attraversa, dove il potere di una scomoda verità seduce quanto quello di una menzogna ben congegnata, e dove tutto, o quasi, scorre senza la pretesa di restare nel tempo, la capacità di distinguere il vero dal falso, l’originale dal contraffatto, assume connotati sempre più controversi.
Se in passato la verifica storica delle fonti e delle informazioni spingeva storici e filosofi a esercitare un pensiero autonomo e una riflessione profonda, spesso giungendo a soluzioni sfumate o irrisolte, oggi, in un’epoca dominata dall’immediatezza e dalla vocazione alla sintesi, la verità sembra essere ridotta a un prodotto destinato al consumo di un pubblico sempre meno esigente. Serve ora e serve subito. Cosi com’è. Parziale, simulata, fuorviante. L’importante non è cercare una comprensione critica, ma confezionare un articolo che sia pronto per la vendita all’ingrosso e capace di generare il massimo traffico possibile.
Dopo anni di sviluppo di sistemi e politiche per la ‘fiducia e sicurezza’ e il controllo dei contenuti, l’amministratore delegato e fondatore di Meta, Mark Zuckerberg, in un video pubblicato su Facebook lo scorso martedì, ha annunciato modifiche alle politiche di moderazione dei contenuti, al fine di ripristinare la libertà di espressione:
“We’ve reached a point where it’s just too many mistakes and too much censorship.” (“Abbiamo raggiunto un punto dove ci sono troppi errori e troppa censura.”)
La decisione, che al momento riguarda solo gli Stati Uniti, di eliminare i “controllori di veridicità”, solleva non poche perplessità circa le nuove modalità di costruzione e supervisione della conoscenza e di ricerca della verità storica certificata: gli utenti saranno davvero in grado di discernere autonomamente la verità dalla menzogna? E, soprattutto, siamo ancora in grado di esercitare una comprensione critica di ciò che ci viene proposto ogni giorno, tra notizie e eventi che attraversano la nostra realtà?
Consapevoli che tale impresa richiede una solida capacità di pensiero critico e una certa indipendenza da condizionamenti esterni, ci si chiede se la maggioranza dei fruitori di notizie possieda effettivamente tali requisiti.
Questa evoluzione, tuttavia, solleva interrogativi fondamentali riguardo al ruolo dei fact-checkers: chi supervisiona i supervisori? Chi definisce i confini entro cui questi esercitano il loro potere di controllo e selezione delle informazioni? Quali garanzie esistono affinché tali figure siano realmente libere da pregiudizi e influenze esterne e agiscano in piena imparzialità?
Il tema è senza dubbio spinoso e, come tutti gli argomenti ambivalenti, non ammette risposte univoche né soluzioni semplicistiche. In questa sede, pertanto, ci proponiamo di intraprendere un processo di analisi e riflessione, attraverso la lente del pensatore e non quella del giudicante.
I vantaggi del fact-checking
La crescente diffusione di notizie false, spesso intese a manipolare opinioni pubbliche o influenzare eventi politici, ha spinto la nascita di una fitta rete di fact-checkers. Questi professionisti, forti di un rigoroso metodo di lavoro e di una vasta conoscenza enciclopedica, hanno il compito di garantire che le informazioni diffuse siano accurate, basate su dati concreti e verificabili, contrastando così la proliferazione di fake news e disinformazione, fenomeni che trovano nelle piattaforme social il loro principale veicolo di diffusione. In questo contesto, il fact-checking non si limita a una mera correzione dei fatti, ma diventa uno strumento essenziale per mantenere l’integrità del discorso pubblico e la trasparenza dell’informazione.
Il fact-checking rafforza inoltre il giornalismo d’inchiesta, promuovendo un approccio etico e responsabile alla produzione delle notizie. La verifica dei fatti rende i giornalisti più responsabili verso il pubblico, impedendo che notizie errate possano essere riprese senza un’adeguata analisi critica. In questo modo, si tutela il diritto alla verità, evitando che opinioni distorte e manipolazioni travestite da fatti diventino la norma nelle redazioni.
Al servizio del Controllo dell’Informazione, gioca un ruolo chiave anche l’Intelligenza Artificiale (AI), che, pur non sostituendo il giudizio umano, può rafforzare enormemente l’efficacia del fact-checking. Gli algoritmi basati sull’AI, infatti, sono in grado di analizzare enormi volumi di dati, confrontando articoli, dichiarazioni e post con fonti autorevoli in tempo reale, rendendo il processo di verifica non solo rapido ma anche incredibilmente preciso. Inoltre, le AI sono in grado di individuare pattern e segnalare notizie false prima che possano raggiungere una vasta audience, anticipando e prevenendo la diffusione di disinformazione su larga scala.
Rischi e ombre del fact checking
Tuttavia, dietro la facciata di imparzialità e oggettività che il fact-checking si propone di incarnare, si celano insidie che non possono essere ignorate. La questione centrale riguarda l’imparzialità stessa dei verificatori: chi sono davvero i “controllori delle notizie” e con quale criterio stabiliscono cosa è vero e cosa non lo è?
In un contesto complesso e sfaccettato come quello della politica, la verità assoluta è un concetto sfuggente, difficilmente definibile in termini universali. Considerando che anche il più meticoloso dei fact-checkers è inevitabilmente influenzato dal suo contesto culturale, ideologico e sociale, chi può garantire che il verificatore non orienti gli stessi strumenti di verifica per promuovere notizie che riflettano la propria ideologia, mentre invece censura quelle contrarie? E che cosa, inoltre, gli impedirebbe di favorire la sua agenda politica anziché garantire una narrazione obiettiva, libera da interessi e opportunismi?
L’incognita che emerge in questo contesto è che il fact-checking possa trasformarsi in una ‘verifica selettiva‘, evolvendo in una vera e propria forma di censura. Invece di fare chiarezza, potrebbe finire per oscurare la realtà, amplificando le incertezze e alimentando una visione distorta e unilaterale delle informazioni. Laddove l’intento è di fare luce, si rischia di creare ulteriori ombre, riducendo il discorso pubblico a un insieme di verità parziali e manipolate.
Un altro serio rischio legato al fact-checking è la crescente dipendenza dalla tecnologia. Sebbene l’intelligenza artificiale rappresenti un alleato potente, essa tuttavia non è infallibile. Le macchine, infatti, non sono in grado di contestualizzare adeguatamente le sfumature linguistiche o interpretare il significato profondo di un’affermazione. Possono rilevare incongruenze nei dati, ma spesso non sono capaci di distinguere il sottile confine tra “fatto” e “opinione”, un aspetto cruciale nella valutazione di molte notizie. Pertanto, l’automazione del processo di verifica potrebbe portare all’errore di etichettare come fake news informazioni veritiere, o viceversa, creando confusione e minando la credibilità del sistema stesso.
In conclusione, il fact-checking è senza dubbio uno strumento potente, ma da solo non è sufficiente a tutelare e promuovere la verità. La verità, infatti, non risiede solo nei dati, ma anche nel modo in cui questi vengono interpretati. Per questo, il ruolo del fact-checker non può limitarsi alla semplice correzione di errori. Deve invece mirare a stimolare un pensiero critico che consenta di navigare l’intricata rete delle informazioni con consapevolezza e discernimento. La sua funzione deve essere quella di incoraggiare la partecipazione attiva degli utenti e dei giornalisti investigativi, affinché la ricerca della verità diventi un processo collettivo e consapevole, e non solo una questione di numeri e fatti verificabili.
Sarà prudente lasciare agli utenti il compito di moderare i contenuti?
La questione che ora si pone è se, in effetti, riporre esclusivamente nel buon senso collettivo della community la responsabilità della verifica e lettura dei fatti si riveli una scelta saggia e lungimirante. Una domanda alla quale, almeno per ora, soltanto il tempo potrà rispondere. Eppure, forse, sarebbe opportuno anticipare a tale interrogativo una riflessione più ampia su che tipo di società siamo oggi. In un’epoca segnata dall’esigenza di velocità e da un incessante bisogno di sintesi, siamo ancora capaci di allenare lo strumento della mente a comprendere e interrogarci, su ciò che sappiamo e, soprattutto, su ciò che pensiamo di sapere?
La vera incognita è se siamo disposti a convivere con la consapevolezza di non sapere, in un tempo in cui l’abitudine a delegare alla macchina ciò che non comprendiamo o ciò che non abbiamo la pazienza di apprendere ci ha impoverito di libertà, di esperienza e di quella complessità che, in fondo, costituisce la migliore cifra distintiva dell’essere umani.






