Nell’etimologia del verbo latino invidēre, formato da in- negativo e vidēre, letteralmente “guardare biecamente, di mal occhio”, già ben si comprende il tipo di sentimento da cui viene affetto colui che guarda ai beni materiali dell’altro e/o ai suoi raggiungimenti con profonda astiosità.
A suscitare nell’invidioso un simile risentimento é la convinzione che un dato beneficio venga fruito da qualcuno diverso da lui in modo illecito e immeritato. La sua disposizione, infatti, lo induce a credere che quel vantaggio sia suo per diritto e, in virtù di questa stessa ratio, che gli sia stato perfino sottratto.
Se, nella ormai tramontata epoca pre-social, quando la sola dimensione concorrente alla realtà era data dalla nostra immaginazione, una simile ostilità era per lo più confinata nella sfera dei propri affetti (erano infatti gli sguardi indiscreti della cerchia più intima quelli dai quali maggiormente guardarsi), oggi, con l’esplosione dei social media, tale fenomeno si è amplificato in modo inesorabile.
Il “rivale” non è più solo l’amico, il parente o il conoscente che sfoggia al polso un nuovo orologio lussuoso. Oggi, ogni singolo giorno, perfetti sconosciuti ci invitano a competere, spingendoci a desiderare ciò che non abbiamo e che, con molta probabilità, non avremo mai.
Vite patinate, apparentemente di successo, sfilano quotidianamente davanti ai nostri occhi, quasi volessero burlarsi della nostra banale, difettosa e sempre meno apprezzata umana esistenza.
Donne bellissime mostrano le loro pelli levigate. Non una imperfezione a scalfire la loro immagine esemplare. Non un singolo poro dilatato, nessuna macchia solare, né un’unghia scheggiata intervengono a ritardare la loro affannosa ricerca di onnipotenza.
Trascorrono l’intera estate a bordo di yacht lussuosi e la possibilità di cambiare il colore delle ciabattine di Hermes in base all’outfit del giorno sembra costituire la misura di credito del loro successo.
Anche gli uomini – giovani e meno giovani – con pizzetti perfettamente squadrati e addominali scolpiti, partecipano a quell’idea di perfezione irraggiungibile e alienante.
Ognuno di loro diventa una vetrina di desideri, una rappresentazione visibile di un benessere che non solo esclude l’imperfezione, ma la disconosce come un errore, un fallimento da insabbiare a tutti i costi.
In questo scenario, la ricerca di approvazione diventa incessante, e il confine tra realtà e finzione si fa sempre più labile. Il risultato? Un’esplosione di invidia, che non trova più un semplice confronto tra eguali, ma una distanza sempre più incolmabile tra ciò che siamo e ciò che ci viene imposto di emulare e riprodurre come ideale.
Gli ambienti che fanno loro da cornice diventano pannelli dipinti. I colori, vibranti e perfettamente abbinati all’atmosfera del momento, sembrano essere stati selezionati con cura dalla tavolozza di un pittore.
Le istantanee devono ispirare scatti sorpresi nella piena spontaneità, ma magicamente catturati nel loro attimo più autentico. Sono le pose stesse dei protagonisti a suggerire tale illusione: i soggetti si impegnano a evitare con lo sguardo l’obiettivo. Talvolta sorridono, tenendo un calice di vino in mano, mentre guardano a destra, a sinistra, al cielo o magari al vento. Altre volte sono rivolti di spalle a contemplare il tramonto o l’infinito (?).
Eppure, nessun elemento di quell’opera ardita rientra tra i criteri della casualità: non il passaggio di un’ombra irrompe a spezzare i contrasti. Non un passante o un frammento di falange rimasta per caso sull’obiettivo cala sulla scena a tradire lo scopo. Perché ciò che l’utile premeditazione ricerca non è solo di piacere, ma di risultare irraggiungibile agli occhi di chi guarda.
Nelle fotografie di pubblico dominio sono tutti felici, quasi non conoscessero il minimo turbamento. E pure gli amici e l’entourage al seguito riflettono la stessa luce semi divina: i loro denti sono bianchi come fossero foderati di stucco, così le chiome resistono morbide e perfettamente composte a ogni ordine esterno.
Ogni dettaglio sulla scena è costruito appositamente per trasmettere l’illusione di una felicità esclusiva, quindi per tracciare la distanza da ogni forma di disordine umano.
Altri protagonisti del web scelgono invece di riprodurre l’immagine della coppia o della famiglia perfetta. Fatta di un amore destinato all’eterno, immacolato e imperturbabile a ogni forma di tempo e divenire.
In questo quadro, i figli non sono semplici bambini: sempre sorridenti e vestiti con marchi prestigiosi sin dal fasciatoio, sono icone di bellezza ideale. Col tempo imparerai a memoria i loro volti e i loro nomi. Le loro abitudini diventeranno parte del tuo repertorio emotivo, eppure di loro, in verità, continuerai a non sapere nulla, se non l’immagine che ti è stata venduta.
La loro impeccabile quotidianità abita necessariamente dentro abitazioni che sembrano agglomerati di appartamenti. In questo contesto, il concetto stesso di “casa” non fa più riferimento all’idea rassicurante del “nido-rifugio” , piuttosto a un simbolo di status, un’ambientazione che deve rispondere a standard che superano il confort per sfiorare il desiderio.
Ché devi almeno poterci pattinare o andare in bicicletta per poterla definire abitazione. E non si tratta di una semplice suggestione: è infatti norma dei privilegiati esibire gli spazi delle proprie abitazioni attraverso uno tra gli hashtag più ricercato: hometour.
Si è infatti stabilito che per accrescere il proprio pubblico – che sia di ammiratori devoti o di critici e odiatori – è necessario appartenere alla cerchia ristretta dei “prescelti”, coloro che non solo possiedono beni in misura straordinaria, ma insieme sanno maneggiare l’arte di viverli in modo pubblico e manifesto.
Ecco che allora, nella quiete della tua casa, in un pomeriggio domenicale qualunque, mentre impigrisci candidamente sul divano abbracciato al tuo animale domestico o al tuo libro del mese, ti ritrovi a scambiare, senza il minimo scrupolo, quel tempo di vita reale e possibile con uno spazio ignoto e ricreativo solo in apparenza.
Mentre il tuo dito indice scivola sullo schermo del telefono in modo automatico e quasi involontario, scoprendo un’infinità di prodotti virtuali – tanto tangibili nei desideri quanto immateriali nella loro effettiva sostanza – inizi ad avvertire un primo prurito lungo la schiena e un altro, poco dopo, sugli avambracci.
La gola all’improvviso si secca, e un’inquietudine palpabile cresce dentro di te, così reale che non riesci a ignorarla. Quella sensazione ti consuma, eppure, allo stesso tempo, ti rapisce.
I tuoi occhi, come magneti, iniziano a collezionare un numero sterminato di oggetti, prodotti ed esperienze, che scorrono in successione attraverso la superficie di quel dispositivo elettronico che trattieni nella mano come fosse uno scettro magico in grado di animare cose e persone.
Il raziocinio cede il passo all’impeto di una passione incontrollabile: in pochi minuti hai già stilato una lista di desiderata che nemmeno un intero anno di stipendio moltiplicato per tre basterebbe a realizzare. Ma questo ora non importa. I tuoi sentimenti vanno più veloci della logica e del ragionamento.
Un impulso irrefrenabile, quasi animalesco, si attiva e ti richiede con urgenza di ottenere ora quell’abito, ora quel rossetto. Di godere di quella cena gourmet, o di quell’esperienza esclusiva, di cui sta beneficiando un altro che non sei tu, quindi al posto tuo.
Pensieri tormentati, carichi di risentimento, iniziano a risuonare nella tua mente in modo ritmico e incontrollato: “Cos’ha questo soggetto che io non ho?”, “Non merita questi averi più di me. È ingiusto!”.
Non importa se puoi o meno permetterti di fruire di quel determinato bene. Neppure sei disposto a chiederti se quel prodotto-tentatore costituisca per te, realmente, un bisogno o una necessità. Smetti perfino di interrogarti se quella data cosa ti piaccia veramente oppure no: la vedi oggetto di molti, quindi, per un ragionamento logico in apparenza, ma del tutto indisciplinato nella realtà, la devi avere anche tu.

Devi procurarti uno scatto in barca. Che sia una zattera, una barca a remi o il pontone di un piccolo molo, non importa. Ciò che conta è che l’immagine sia perfetta. Anzi, più che perfetta: deve essere “instagrammabile”.
Pensi subito a un’immagine posata, ma abbastanza naturale da far credere che la tua fortuna esiste anche nella spontaneità. Magari mentre ti sistemi l’occhiale da sole, che si era accidentalmente spostato per una ragione che non saprai mai motivare.
Poi, per assegnare al tuo progetto quella patina di perfezione di cui la realtà non dispone, cerchi la giusta applicazione per modificare i connotati dell’imbarcazione, rendendola più grande, quindi più lussuosa. Di qui, un altro artificio della tecnologia ti permetterà di rimuovere le persone indesiderate sullo sfondo, quegli elementi di verità che tradiscono il tuo aureo manifesto.
Che importa, d’altronde, che tu sia su uno yacht o sul gozzo di un pescatore? L’importante è dare l’impressione di non essere “uno dei tanti”.
Finalmente sei parte di quella realtà distorta che sognavi interpretare: vendi l’illusione di un successo che non ti appartiene, ma che ti è stato dato come merce di scambio per ottenere l’approvazione del mondo.
Ecco che allora, quel pomeriggio su cui avevi piena capacità, dentro il quale potevi essere la versione più autentica di te, decidendo di essere e non essere, di avere e non avere, viene allora irreversibilmente barattato per un’offerta vana e illusoria, di cui, se ti fermassi a riflettere anche solo per un istante, sapresti descrivere lucidamente tutti gli inganni.
Hai preferito farti preda dell’inconsapevolezza e di quel sentimento primordiale frutto della competizione, o di una naturale spinta alla rivalsa, al livore, quindi all’invidia, piuttosto che concederti il vero lusso di essere chi puoi realmente essere.
Ti accorgi di essere precipitato in una condizione dolorosa. Perché simulare di essere e avere ciò che non si è o non si ha è una prova di abilità che costa energia e fatica per nulla scontata, tanto in termini di tempo speso a sostenere il camuffamento, quanto di resistenza psico-fisica per non cedere alla verità. Eppure non puoi farne a meno.
Cosa accade, però, quando neppure la simulazione di una vita perfetta riesce a eludere i nostri limiti?
Quando neppure vivere sul piano della farsa, pur di ottenere briciole di consenso, riesce a placare la nostra frustrazione?
I profili social di influencer e celebrità si riempiono allora di insulti, giudizi velenosi e critiche spietate: “Se non posso godere della loro fortuna, almeno che vivano male la loro!”
Se da un lato ammirare il loro corpo scolpito, avvolto in abiti esclusivi, mentre ammiccano davanti a un obiettivo come se stessero posando per un servizio di Vogue, ci attrae, dall’altro, il loro successo “modellato” si nutre della nostra frustrazione e insoddisfazione.
Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, il bisogno di manifestare astio e disappunto non è affatto un atto liberatorio, ma un boomerang che ci danneggia due volte.
Non solo è l’indice di un’intolleranza profonda verso i successi dell’altro, ma funge anche da amplificatore delle nostre stesse carenze, che invece di ridursi si espandono, trasformandoci in versioni più sgradevoli di noi stessi. Finendo per indebolirci perfino rispetto ai pochi livelli di personalità e fiducia che, con fatica, eravamo riusciti a costruire e fortificare nel tempo.
Ma come si guarisce – ammesso questo sia possibile – dal bisogno compulsivo di confrontare continuamente la nostra condizione a quella degli altri?
Benché non esista una formula magica in grado di immunizzarci dalla naturale inclinazione a relazionare il nostro benessere a quello degli altri – sia esso fisico, materiale o emotivo – un possibile rimedio potrebbe essere reagire alle provocazioni, sia materiali che immaginarie, con una buona dose di ironia.
Ironia che non è un rifugio nell’indifferenza, ma una chiave di lettura che ci permette di accogliere l’imperfezione, e di riconoscere e ridimensionare il peso che le apparenze esercitano su di noi.
Come una lente deformante, infatti, l’ironia ci consente di ripristinare un contatto con la realtà nella sua essenza più autentica, restituendoci la capacità – indubbiamente eccezionale – di tornare a dialogare con noi stessi, per imparare a ristabilire un sano equilibrio tra ciò che siamo e possiamo essere e il modo in cui abbiamo supposto di voler apparire.
Riconciliarsi a quella realtà, magari banale e ordinaria, del divano stropicciato di casa, è, senza dubbio, oggi più di ieri, un atto di coraggio: per quanto non soddisfi tutte le nostre aspettative, la vita nel mondo reale ci permette ancora ogni conquista.
Sopra molte, quella di realizzare un sano distacco dal piano delle apparenze, che, mentre ci seduce, ci ingabbia all’infinito.






