“C’è un tempo per ogni cosa”. È la frase che sentii pronunciare, per la prima volta, molti anni fa, dalla voce di un uomo. O per lo meno, fu quella la prima occasione in cui l’espressione suscitò in me qualcosa, tanto da rimanere, da allora, ben scolpita nella memoria.
Quel monito barboso risuonò nella mia mente a tempi alterni e in stagioni diverse della mia vita, senza che io necessariamente lo ricercassi. Come un’eco persistente, giungeva fino ai miei orecchi, e a me toccava subirlo. Subirlo, sì, perché, evidentemente, accoglievo quell’ostinato precetto mal volentieri, e oggi, so con certezza, che pure mi infastidiva non poco.
Tuttavia, il suo significato mi era chiaro solo in apparenza. In verità, continuava a sfuggirmi.
Cosa voleva dire, esattamente, “C’è un tempo per ogni cosa?”
Forse che ogni evento, passione o avventura ha un tempo limite entro cui possa legittimamente realizzarsi? E chi decide quanto dura quel tempo? Noi, loro, o forse gli altri? E ammettendo l’esistenza di questi “loro“, di questi “altri“, chi sono, in realtà, “loro” e chi sono davvero “gli altri”? Soprattutto, cosa c’è oltre quel tempo?
Non mi era chiaro neppure un po’ cosa contenesse quel modo di dire. Forse il vuoto? O un vortice di illusioni e proiezioni su cui noi non abbiamo potere (?).
L’uomo che mi passò quella massima era un signore autorevole. Serio, garbato e indiscutibilmente tutto d’un pezzo. Aveva l’abitudine di incontrarti dandoti per prima la mano. Se ti facevi avanti, però, si mostrava pronto fino anche all’abbraccio.
Anche se ti conosceva da anni, anche se tra voi c’era una disparità generazionale non indifferente, non rinunciava mai all’etichetta e a consegnare di sé un’ immagine controllata.
Sapeva sorridere, ma preferiva la compostezza al riso e, più di tutto, i suoi interminabili monologhi. Non era interessato, infatti, a instaurare con l’interlocutore un’occasione di confronto, piuttosto si preoccupava di indottrinarlo: se ti prendeva a parlare lo faceva per trasferirti un messaggio, una conoscenza acquisita, o una sua esperienza di vita. Non certo per sapere di te.
Amava che la gente pendesse dalle sue labbra. Credo perfino si compiacesse nell’incontrare chi fosse più ignorante di lui. Forse è per questo che tra di noi ci fu, da subito, poca sintonia: per lui provavo sì sincero rispetto, ma dentro i suoi soliloqui, tanto elaborati quanto implacabili, mi perdevo regolarmente, come in un fluttuare senza meta. Perdevo, di fatto, il filo del suo discorso e non mi curavo di recuperarlo.
Raramente si preoccupava di concedere il diritto di replica: gli bastava vedere l’altro annuire per congedarlo. E io, con piacere, lo incoraggiavo: fluttuavo, annuivo e così me ne andavo.
Eppure quella volta, quell’unica volta, la frase sentenziosa di quell’uomo tanto colto quanto noioso, mi rimase impressa. Perché?
Talvolta pensai che mi avesse colpita proprio per il contrasto con la mia personale esperienza di vita, tutt’altro che fedele a un principio di linearità temporale. Se dovessi descriverla con un’immagine, direi che, se il letto di un fiume rappresenta l’esistenza e l’acqua la vita, nel mio bacino l’acqua aveva decisamente straripato.
Perciò è plausibile che mi bruci, pensai. Quel modo di dire portava con sé nient’altro che una sentenza. Un modo di esprimersi categorico e incontestabile, che piaceva tanto a quel signore distinto e che dispiaceva tanto a me, che, all’epoca – come pure oggi – provavo un certo prurito davanti alle frasi fatte, ai luoghi comuni e ai verdetti senza possibilità di appello.
Io quella sentenza volevo impugnarla, ricorrendo in appello. Così, nel corso degli anni, in modo forse meno sistematico che intenzionale, mi misi a collezionare prove a sostegno della mia causa.
Al pari del più noto “volere è potere”, un’altra massima che suona bene, che è facile alla memoria e che senti rimbalzare tra le bocche degli adulti quando sei piccolo. La trovi scritta sulle bio di Instagram, magari in stile motivazionale, o su qualche petto abbronzato sotto il sole estivo. Sta bene un po’ su tutto, come il nero, il silenzio e altre banalità che sembrano universali. Ma cosa significa davvero?
Per lungo tempo non ho trovato una risposta. Poi, c’è stata la vita. E diciamo che, se il fiume della tua esistenza acquista all’improvviso una certa pendenza e si trasforma inaspettatamente in una rapida, la possibilità di credere che il suo corso possa dipendere solo dalla tua volontà – per quanto ferrea – o dal tuo agire – per quanto stabile e sicuro – svanisce inesorabilmente, come neve al sole.
Nel frattempo, sei precipitato.
Allora ti chiedi il perché di quella rovinosa e inattesa disgrazia, oppure, pur di non rinunciare a quella verità che ti è stata venduta come unica e assoluta, finisci per darti la colpa: le cose sono andate diversamente dai tuoi pronostici perché non le hai volute abbastanza. Perché non sei abbastanza. Perché non ti sei impegnato abbastanza.
Dentro di te avverti un senso di impotenza di fronte a ciò che è accaduto. E, più dolorosamente, percepisci che quell’aforisma, un tempo rassicurante e ben confezionato, ora si rivela per ciò che è: solo un vuoto travestito da saggezza, solo un contenitore privo di sostanza.
Eppure, in assenza di soluzioni che possano darti un sollievo immediato, rinunci al difficile esercizio di dubitare delle tue certezze. Quelle che un uomo autorevole un giorno ti ha trasmesso, e quelle che una donna sicura di sé ostentava con orgoglio sull’avambraccio, sotto il sole di una spiaggia d’estate, come simbolo di autostima.
Chiudi dunque la questione.
Ti rimetti in piedi, raccogliendo i segni della caduta, e torni nel mondo a proclamare che non ce l’hai fatta. O meglio, per usare un’espressione di tendenza, hai fallito, perché la tua determinazione non è stata sufficientemente granitica.
Ormai sei fuori dalla misura ordinata del tempo, in base alla quale ciò che è stato è stato, e ciò che non hai compiuto quando c’era la possibilità di compierlo non può più realizzarsi.
Il letto del tuo fiume è diventato scosceso. Le acque non scorrono più tranquille, ma spumeggianti e turbolente, e tu non sai più dove sei diretto.
Dunque ora che si fa? Si rinuncia a vivere perché hai perso la rotta e perché devi rispondere al detto “c’è un tempo per ogni cosa”, oppure impari a fare il rafting sulle rapide e a vedere che cosa succede?
Non hai con te alcuna attrezzatura. Né casco, né salvagente. Eppure, hai optato comunque per la seconda soluzione: ti sei lanciato nelle rapide.
Non sai bene il perché lo hai fatto. Forse per la stessa ragione per cui, un tempo, preferivi fluttuare tra mondi sconosciuti e idee scompigliate, piuttosto che accontentarti di aforismi ben confezionati, ma privi di qualunque passione.

Nel vortice sei solo e hai paura.
Il moto del fiume è talmente impetuoso da non lasciarti neppure il tempo di ragionare, né di capire razionalmente come divincolarti dalla sua presa feroce. La violenza delle acque ti trascina ora contro gli scogli, ora sul precipizio. Ti penti della tua scelta: avresti dovuto credere alle parole di quell’uomo noioso ma saggio e alla formula tatuata sull’avambraccio di quella donna dall’aria sfidante.
Discendere le rapide non è chiaramente la tua tecnica. Ma cosa ti eri messo in testa?! Cosa volevi dimostrare? A chi? Perché non hai semplicemente seguito la strada maestra, quella che ti indicava esattamente cosa fare e quando farlo? Che imperdonabile errore!
Mentre rinneghi te stesso e rimpiangi i tempi in cui avevi il lusso di fluttuare solo in acque immaginarie, per fuggire dalla noia, accade l’imprevedibile.
Le acque del fiume si fanno improvvisamente più gentili. Il loro moto rallenta. L’acqua si riscalda. Riesci ora a scorgere la riva e a sentire il rumore del vento. Torni a vedere il cielo e smetti di avere paura.
Sei sempre solo e sempre senza alcuna certezza. Ma proprio quella rapida, sulla quale non avevi alcuna preparazione, ti ha salvato dall’annegare chi sei e che cosa puoi fare, prima ancora di provarlo a te stesso.
Non sai dove sfoceranno le tue acque, ma è un’incertezza che ora puoi tollerare: hai capito che più importante dell’esito di un viaggio è il suo corso.
Ora sai che esiste la possibilità di essere e fare senza una clessidra che ti indichi la misura di tempo entro cui tutto questo debba definirsi.
C’è più di me in questa rapida indomata che lungo ogni ordinata strada maestra, di cui si conosce il principio e pure la foce.






