Il paradosso dell’omologazione: quando non scegliere è la vera scelta

Il tema dell’omologazione mi sta a cuore particolarmente. L’ho visto crescere negli anni, come l’alveo di un fiume che si ingrossa durante una piena: a un ritmo imprevedibile e vorticoso, capace di attrarre gruppi e individui, attraverso modalità subdole, quanto più evidenti.

Spesso il suo potere di fascinazione ha risucchiato anche me, e in quelle occasioni ne ho colto il pericolo, eppure il beneficio

Il suo carattere controverso, in particolare, mi ha portato a eleggerlo come primo interlocutore per inaugurare questa rubrica, dedicata all’esplorazione dei fenomeni socio-culturali più diffusi nel mondo moderno. 

Inizialmente, ho ritenuto utile sviluppare l’analisi partendo da un caso concreto. Un esempio che potesse ispirare una riflessione critica su quegli aspetti della vita che, per abitudine o convenienza, tendiamo a ignorare, pur essendo i protagonisti di tali dinamiche. Ora, desidero esaminare la questione da una prospettiva più sottile e meno tangibile, ma altrettanto rilevante.

La vicenda analizzata in precedenza, attraverso il confronto tra Martha e la ragazza dello spogliatoio, ha messo in luce come il timore di non essere abbastanza, o ancor peggio di suscitare indifferenza, induca a rinnegare tratti fisici troppo ordinari, per sostituirli con altri più conformi ai canoni estetici considerati ideali dalla società. Ideali in quanto perfetti

Immaginiamo, per un momento, che tale aspirazione sia ragionevole: sarebbe anche sostenibile? E, se lo fosse, per quanto tempo? 

Desideriamo un aspetto che ci renda visibili agli occhi degli altri, ma che, al contempo, paradossalmente, ci confonda tra loro.

È una dinamica curiosa, eppure, per come la vedo io, questa necessità segue una logica tutta sua.

Desideriamo lineamenti aggraziati, un corpo snello e sinuoso, un seno più prosperoso, e un naso come quello di Scarlett Johansson.

Non nomino l’attrice per caso: secondo un gruppo di ricercatori e chirurghi estetici, infatti, la star di Hollywood rientra nella lista delle “perfect nose women” (“donne dal naso perfetto”), in virtù del suo naso ritenuto ideale.

A tal proposito, il Dr Ahmed, della New York University, in un’intervista al Daily mail, ha sottolineato come sia stato condotto il primo studio sistematico per determinare l’NTP (nasale tip projection) ideale, che ha individuato l’angolo di 106’ come quello esteticamente più apprezzato.

Vogliamo labbra carnose, come quelle di Angelina Jolie, e un profilo mascellare simile a quello di Gigi Hadid, anch’esso oggetto di studio, come evidenziato da una ricerca dell’Università di Bruxelles, pubblicata sulla rivista Journal of Cranio-Maxillo-Facial Surgery. 

Aspiriamo a vestire i panni di chi è celebrato dalla società come simbolo di perfezione, per renderci conto, infine, che, più che protagonisti della nostra storia, siamo diventati manichini in una vetrina: ci assomigliamo fino a smarrirci, fuori e dentro di noi.

Rincorriamo la perfezione estetica, quell’idea costruita e veicolata dalla nostra società, per offrirci un modello, astratto e impalpabile, di cosa sia la vera bellezza, e cosa debba essere riconosciuto come bello, quindi giusto, e qualificato giusto perché bello. 

Perché Bellezza, per definizione acquisita, diventa anche il “giusto”. Dunque, ciò che è bello è, allo stesso tempo, giusto e viceversa.

E lo facciamo per ragioni diverse: per evitare il rifiuto, sia da parte nostra, quando non accettiamo l’immagine che ci restituisce lo specchio, sia da parte degli altri, quando ci sentiamo esclusi a favore di qualcun altro; oppure per conquistare credibilità sociale, affibbiandoci l’immagine di un’icona, convinti che questa basti per valere qualcosa.

Ogni volta che ci sentiamo inadeguati o invisibili, cerchiamo di riempire le nostre mancanze con ciò che la società ci propone come risolutivo. 

Ciò accade quando la nostra timidezza o introversione ci preclude l’accesso a un determinato gruppo sociale, o a un contesto più ampio; oppure quando la nostra insicurezza e instabilità emotiva ci impediscono di affrontare sfide personali, come partecipare a una gara, intraprendere una carriera, o costruire relazioni sentimentali, genitoriali, o amicali.

Ci aggrappiamo alla speranza che la bellezza sia il bene per eccellenza, e che identificarsi con il bello ci renda automaticamente anche virtuosi. 

Ma restiamo sopraffatti quando questa credenza si svela per quello che è: un’illusione.

Scalata la vetta della perfezione che tanto ambivamo, ci accorgiamo che, invece di un’apoteosi di grazia e bellezza, non c’è nulla ad attenderci. La promessa che ci avevano venduto è svanita.

Il deficit psico-socio-fisico-comportamentale che sentivamo prima è lo stesso che proviamo ora, ma con l’aggravante che siamo rimasti gli stessi di prima, chiusi in un corpo che non ci appartiene, progettato da qualcun altro perché lo desiderassimo in quanto ideale.

A questo punto, sapere di essere stati disposti a sacrificare la nostra esteriorità, quindi la nostra autenticità, per promesse disattese, nella speranza di risolvere ciò che ci turba, rende la nostra fallibilità ancora più spaventosa e le nostre lacune ancora più evidenti.

Governiamo la “macchina” con la stessa incoscienza con cui proviamo a recuperare un aquilone volato via: per quanto ci sforziamo di riconquistarlo, l’aquilone avrà sempre un vantaggio su di noi, dato dalla forza del vento, contro la quale possiamo solo misurare i nostri limiti.

Dunque, cosa ci seduce in tutto questo? E, soprattutto, una volta che l’inganno ci è stato svelato, siamo davvero pronti a liberarcene,  a riconquistare la nostra autenticità, o restiamo imprigionati dalle stesse pressioni infondate che ci hanno condotti fino a qui?

Qualcuno potrebbe obiettare che rinnegare la propria esteriorità non leda l’intima natura dell’individuo, poiché, in fondo, ” il contenitore non fa la conserva”. Ma è davvero così? Non è forse che, piegandoci alla perfezione imposta, rischiamo di perdere un pezzo di noi stessi, diventando l’ombra inquieta di un ideale che non ci appartiene?

Martedì prossimo, esploreremo come le dinamiche della società globale contemporanea stiano offuscando sempre di più il confine tra l’individuo e il collettivo, con effetti sorprendenti e talvolta inquietanti. 

Vi invito a non perdere il prossimo capitolo di questa esplorazione, dove affronteremo il paradosso dell’autenticità nell’era dell’uniformità.


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