Londra, maggio 2024
È il primo weekend di maggio che sa di primavera e il primo in cui pranzare all’aperto non assomiglia a una prova di resistenza.
Mi trovo al ristorante con un gruppo di amici e sediamo sotto una luce talmente bella che indossiamo tutti gli occhiali da sole.
Il tavolo dietro al mio è occupato da due giovani donne che parlano concitate. Le loro voci squillano a tal punto da distogliere la mia attenzione dalla conversazione e indirizzarla alla loro.
Posso sentirne solo le voci, senza poterne scorgere i volti, e questo da un lato mi disturba, dall’altro mi stimola.
Usano un linguaggio che fatico subito a riconoscere. Slang soprattutto, e alcune espressioni per me inedite.
Il loro tono di voce è giulivo e sicuro. Parlano di Botox.
La ragazza navigata sponsorizza all’amica un’infermiera che pratica a domicilio e all’infuori dei suoi turni ospedalieri alcuni servizi clandestini: si tratta di interventi non chirurgici di medicina estetica.
-“Devi troppo andarci! È una persona adorabile, e poi è molto più economica di altri. Io ci vado da anni e mi trovo benissimo”, dice con entusiasmo.
L’altra, ancora ingenua, ascolta incuriosita.
– “Mi piacerebbe provare, ma non ho mai fatto nulla del genere. Tu che cosa fai solitamente?”
– “Filler a naso e labbra. L’ultima volta ho provato il Botox perché l’infermiera aveva finito l’acido ialuronico”, risponde la ragazza esperta, ridendo. “Così le ho replicato: be’, allora oggi andiamo di Botox!”
Le due giovani scoppiano in una risata fragorosa, mentre io rimango perplessa, continuando l’ascolto.
– “Quanto sei scema!”, replica la ragazza inesperta in modo complice e divertito. “In effetti, ora che me ne parli, hai una pelle stupenda, sembra finta!”
– “Sono troppo contenta del risultato! Stavolta ho fatto solo la fronte, ma dalla prossima voglio chiederle di intervenire anche sulla zona del contorno occhi. Ora ti mando il contatto: accendi Airdrop!”
In queste poche battute c’era tutto. E per qualche breve istante rimango ammutolita.
Quindi mi assento con la scusa di andare alla toilette: voglio vederle.
Alzandomi in piedi, do una veloce occhiata al tavolo dietro al mio e subito riconosco chi, tra le due giovani, interpreta la “ragazza navigata”.
Il suo aspetto la rende ben codificabile: labbra grandissime, sopracciglia a forma di V rovesciata. Occhi a mandorla, ricurvi verso l’alto, come avesse due forcine ai lati delle tempie a sostenerli.
Ho già visto quel volto, come quell’espressione accigliata e maliziosa, e subito mi tornano in mente Martha e la ragazza dello spogliatoio.
Torno quindi a sedere e riprendo la conversazione al mio tavolo, sebbene non riesco a smettere di pensare a quanto avessi udito poco prima.
La chiacchierata tra le due giovani, soprattutto la leggerezza con la quale l’una aveva suggerito all’altra di rivedere i propri connotati, mi riporta alla mia adolescenza, a quando la massima trasgressione era indossare i jeans a vita bassa e la maglietta attillata con la pancia scoperta per mostrare il piercing sull’ombelico.
-“Ehi, ma dove l’hai fatto? È bellissimo!” Era la domanda di una compagna di banco.
Tu allora le indicavi l’indirizzo, e magari pure il trucco con il quale eri riuscito a convincere i tuoi. O, come fu per me, a ottenere la complicità di uno per persuadere l’altro.
Lascio il ristorante chiedendomi se rivedrò mai le due ragazze. Soprattutto se, qualora accadesse, sarebbero tra loro ancora distinguibili.
Provo una certa rassegnazione: avrei voluto intercettare la ragazza inesperta e dirle che le sue labbra sottili e il suo sguardo ordinario ma genuino fossero bellissimi. Che avrebbe potuto concedersi del tempo, anche solo un poco, per capire se quelle correzioni, di cui l’amica navigata si era fatta portavoce, potessero andare bene per lei, o se le piacessero davvero.
Per domandarsi se ne avesse realmente avuto bisogno. Per stare bene. Per stare meglio.

Lo “spaccio di nuove tendenze”, che ognuno di noi ha promosso o sperimentato almeno una volta nella vita e in modi diversi a seconda delle proprie personali possibilità, oggi resiste, ma attraverso nuove proposte.
Lo scambio di articoli, infatti, non serve più ad assecondare il bisogno di sentirsi cool per una stagione, piuttosto per rispondere al desiderio di possedere un’immagine che risulti accettata, accettabile, desiderata e desiderabile, e con la quale ci si possa identificare e essere identificati.
Non è più sufficiente essere il re o la regina di un dato anno scolastico, o il più figo del proprio gruppo. Questa è roba da dilettanti.
Oggi, la materia è molto più complessa e lo dimostra bene il caso della ragazza navigata: una giovane adulta, che ha deciso di affidarsi a ripetuti interventi di medicina cosmetica, per manipolare un’idea di sé che, evidentemente, non le bastava.
O che forse è lontana dal suo essere, che probabilmente crede di conoscere e che per questo rinnega, o che non é neppure intenzionata a conoscere, per timore di scoprirsi manchevole, o, al contrario, di sapersi capace.
La necessità di oggi é rivolta ad appartenere ad una data categoria: quella di chi conta.
Penso: “sono dentro”, e già provo conforto.
Mi pongo al di sotto di un ombrello, che mi salva dalle sbavature dell’imperfezione, e che pure previene la crisi, il rifiuto, insieme la negazione di me.
Ma quasi non arrivo alla negazione di me, e neppure ci voglio arrivare, perché contemplerebbe un’assunzione di coraggio e una tale pazienza di cui non sono capace.
Già lo so che non ne sono capace, e se non lo so, allora preferisco supporlo.
-“E se poi non mi piaccio? Se scopro che non sono chi avevo pensato di essere?
-“Prendi la fiala e pompa gli zigomi!’
E se mi scopro un bluff? E se non sono in grado di scegliere cosa mi piaccia e cosa invece no?”
Ecco che allora ricompare l’immagine dell’ombrello, ampio e suadente, in grado di raccogliere persone tra loro dissimili, per farne un unico grande stereotipo.
In questo modo, la loro indole, naturalmente capace di generare pensieri e desideri diversi, maturerà più o meno le stesse ambizioni: modellerà le proprie idee sulle proposte di qualcun altro, quindi rincorrerà gli stessi canoni estetici predeterminati dalle tendenze socio- economico-culturali del proprio tempo, senza mai sperimentare il valore della scelta.
Quando non sapranno cosa dire o cosa essere, saranno le comuni artificiose sembianze a parlare per loro, rivelando di aver barattato l’essere, quindi la propria personale e distinguibile identità, per l’esserci ad ogni costo.
Decidere di porsi al di sotto dell’ombrello dell’omologazione, equivale a compiere una scelta, quella di non scegliere.
E ogni scelta é sostenuta da un insieme di regole, come pure di responsabilità.
È come siglare un contratto: una volta che ufficializzi l’accordo, la sua sospensione é vincolata al rispetto di clausole volutamente cavillose, iscritte opportunamente a piè pagina così da farle sembrare trascurabili.





