Maternità: dono sublime o peso invalidante? Le statistiche rompono il mito e rivelano una Nuova Era

Nel XXI secolo, possiamo finalmente liberarci dell’idea, troppo a lungo idealizzata, secondo cui il desiderio di avere un figlio debba necessariamente rappresentare il traguardo naturale e irrinunciabile verso cui ogni individuo dovrebbe tendere.

Quel percorso che poche altre esperienze di vita riescono a eguagliare in intensità e piacere, o che pochi altri interessi e necessità possono compensare. 

La realtà, come ben sappiamo, si discosta notevolmente da certi luoghi comuni ad alto contenuto di zucchero e a basso indice di esperienza.

Insieme ad altri temi un tempo considerati tabù, anche la retorica della maternità perfetta, condita dei sorrisi di mamme e papà devoti, sani e consapevoli, è ormai ampiamente sdoganata, grazie soprattutto alla crescente divulgazione promossa dai social media.

Oggi, la gravidanza viene raccontata per quello che è realmente: un’avventura memorabile per alcuni, un incubo per altri. 

In particolare, il periodo perinatale può risultare devastante non solo per la donna incinta, ma anche per il padre, il partner e gli altri membri della famiglia, soprattutto quando sono colpiti da disturbi della salute mentale. 

Un dato allarmante: 1 donna su 5 e 1 uomo su 10 soffrono di depressione post-partum e ansia perinatale. Inoltre, altri gruppi di genitori possono essere affetti da disturbi ossessivo-compulsivi, o da stress post-traumatico perinatale.

Allo stesso modo, non bisogna illudersi del fatto che la genitorialità, se non condivisa nelle sue responsabilità e nei suoi impegni, non possa trasformarsi in una landa di solitudine, angoscia e frustrazione. 

E, nella maggior parte dei casi, questa deriva, finisce per gravare, ancora una volta, sul soggetto culturalmente e economicamente più fragile: la donna. 

In Italia il 20% delle donne è costretto a lasciare il lavoro a causa della nascita del primo figlio, mentre l’11% delle donne con uno o più figli non ha mai avuto un impiego.

Nonostante la lunga lotta per l’emancipazione femminile, persiste ancora oggi, tristemente, l’immagine della figura materna quale deputata esclusiva alla cura del focolare domestico. Un ruolo che non solo non corrisponde alla donna alcuna retribuzione né riconoscimento, ma che pure la penalizza, gravemente, sul mercato del lavoro.

Eppure, si obietterà, esistono ragioni ben più impattanti della discriminazione di genere alla base del cosiddetto “inverno demografico”: 

“Innanzitutto, i figli costano!”

Uno studio condotto da Banca d’Italia ha stimato in 640 euro al mese la spesa media necessaria per allevare un bambino, con un esborso che può arrivare fino a 300.000 euro entro il compimento del suo diciottesimo anno.

“Chi me lo fa fare di mettere al mondo una sanguisuga, che prosciuga i miei averi ancor prima di emettere il primo vagito?”

Ironia a parte, la ragione principale per cui le coppie italiane hanno rinunciato a fare figli, o ne hanno avuti meno di quanti avrebbero desiderato, è senza dubbio la totale mancanza di adeguati supporti da parte dello Stato: carenza di asili nido, abuso del precariato, basse retribuzioni, sistema discriminante dell’ISEE, un sistema sanitario inadeguato, e l’impossibilità di gestire la prole durante i (lunghi) tre mesi estivi di sospensione dell’attività scolastica.

Per citare solo alcuni dei principali mali strutturali che affliggono la nostra società e la nostra economia.

Un sondaggio di NerdWallet ha rivelato che tra i millenial di età compresa tra i 27 e i 42 anni, solo il 25% di coloro che non hanno figli ne vorrebbe, mentre il 61% afferma di non desiderarli affatto e il 14% si dice incerto. La ragione principale di tale tendenza risiede nei costi elevati di crescita e gestione di un figlio.

L’analisi ha anche messo in luce come solo il 25% di chi ha figli piccoli o adolescenti intenda averne altri, mentre solo il 27% dei non genitori di età inferiore ai 60 anni prevede di diventare genitore in futuro.

La decisione di mettere al mondo un figlio richiede rinunce e sacrifici, e non tutti sono disposti a cambiare il proprio stile di vita, con i suoi ritmi e priorità, per un altro essere umano. 

Un pensiero che potrebbe suonare terribilmente arrogante, tanto indecoroso da apparire quasi crudele. Eppure, se ci riflettiamo, stiamo parlando, “semplicemente”, di libertà. Un valore di cui abusiamo spesso nel linguaggio, e di cui riconosciamo la straordinaria portata solo quando rischiamo di perderlo.

Tuttavia, se è indubbio che la questione economica sia, tra le cause della denatalità, la più rilevante, essa non è la sola, soprattutto non lo è da oggi.

È dagli anni Cinquanta che abbiamo smesso di fare figli, e la causa non è stata solo la mancanza di adeguate risorse socio-economiche o contributi statali sufficienti. Piuttosto, la ragione di una simile inversione di tendenza risiede nella ridefinizione dell’identità femminile, che ha gradualmente slegato la maternità da quell’imperativo morale che la cultura millenaria le aveva assegnato.

Dal decennio degli anni Settanta, la fecondità in Italia è scesa al di sotto del livello di sostituzione, ovvero quel valore di 2,1 figli per donna, che garantisce il ricambio generazionale. Quando l’approvazione della contraccezione, precedentemente illegale, ha permesso alle donne di disporre del proprio corpo e di definire il proprio ruolo secondo la loro volontà, libera e personale.

Negli anni Ottanta, l’Italia entra ufficialmente nella fase di crescita zero. Fino ad arrivare ai millennial, quando la maternità, ancor più che in passato, diventa oggetto di una riflessione profonda e ben misurata.

Di fronte a una realtà profondamente cambiata nelle forme e nelle prospettive, intrisa di incertezze e complessità, i millennial si sono allenati all’attesa e alla flessibilità. 

Sanno bene che, insieme all’idea del posto fisso, anche l’immagine della famiglia cosiddetta “tradizionale” – con il cane, il giardino, la mamma con il grembiule e la casa che profuma di torta appena sfornata – non rappresenta più un’ambizione necessaria, e neppure un ideale particolarmente attraente. 

Mettere al mondo un figlio non è un gioco né tantomeno un obbligo. Prima di compiere un passo tanto decisivo, è necessario ponderare con attenzione le opportunità economiche, lavorative, psicologiche e abitative disponibili.

Oggi, costruire progetti a lungo termine, risulta oltremodo sfidante, se non addirittura imprudente.

Come si può pianificare il futuro quando la domanda “Come farò a sapere cosa farò e dove sarò tra due anni, se non riesco a pianificare più lontano dei prossimi due mesi?” diventa centrale nella vita quotidiana? 

E, nell’eventualità di un trasferimento lavorativo in un’altra città o in un altro Paese, chi sarà disponibile ad aiutarmi?”

La lontananza dalla propria famiglia di origine, così come dai propri affetti e punti di riferimento, comporta la perdita di una rete di aiuti fondamentali, rendendo il progetto di avere un figlio certamente più difficile e sempre meno allettante. 

Soprattuto, e ancora una volta, per la donna, che si troverebbe sprovvista del supporto di nonne, zie e cugine, potenzialmente pronte a sostenerla nel suo riposo, nel tempo libero e nel lavoro. Inoltre, si troverebbe ad affrontare una serie di difficoltà per nulla trascurabili: i posti negli asili nido, per esempio, sono molto limitati (solo 4 su 10 bambini riescono ad accedervi), e quelli disponibili spesso hanno orari incompatibili con quelli di un lavoratore a tempo pieno.

Accanto alle difficoltà pratiche, emergono poi quelle psicologiche:

  • “E se mi scoprissi incapace di occuparmi di un figlio?”
  • “E se non fossi in grado di offrirgli il tempo e le cure di cui ha bisogno?”
  • E se essere madre, o essere padre, non fosse per me?
  • “E se non mi sentissi ancora pronto, o abbastanza appagato dalla vita, per concedere il mio spazio e le mie risorse a un altro essere umano?”

Meglio soli, meglio in due. Meno ansie, meno rischi.

Così, anche le coppie economicamente stabili tendono a posticipare la decisione. A un domani diverso. A un domani migliore. 

Come se il tempo, in questo mondo nuovo e complesso, si fosse dilatato, consentendo di preservare il proprio benessere personale più che il proprio portafoglio.

La maternità, dunque, è solo una delle possibili opzioni nella vita di un individuo. Non è necessariamente la migliore né la più nobile. 

Divento madre perché lo desidero, non perché devo, né perché qualcuno dall’esterno mi impone che sia giusto esserlo. Non lo faccio neppure per un precetto religioso che mi insegna che, in quanto donna, sono destinata a ricevere un dono su cui non ho scelta (sei donna, quindi prima o poi sarai madre).

Allo stesso modo, la genitorialità, oggi, non può più essere considerata il mezzo esclusivo di una coppia per definire o completare sé stessa.

Alcuni basteranno a sé stessi senza aver mai sfiorato il desiderio di un figlio. Altri, invece, giungeranno alla genitorialità solo dopo essersi trovati, come coppia e come singoli. E, in quel momento, maturi nella loro evoluzione personale, saranno in grado di affrontare la genitorialità con una consapevolezza che va oltre l’idea di colmare spazi vuoti, dentro e fuori di loro. 

Ma questa, indubbiamente, è un’altra storia, che merita un approfondimento. E sarà nostro impegno affrontarla in modo più ampio e articolato in un capitolo futuro, in cui esploreremo la complessità e le sfumature di tale scelta.


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