Còrpo, dal latino cŏrpus: «corpo, complesso, organismo».
The Substance è un film che potrebbe essere un cortometraggio. E, forse, in quella forma, funzionerebbe. Per me, si intende.
Non è mia intenzione avventurarmi in una critica da cinefilo o da tecnicista. Piuttosto, desidero concentrarmi sull’analisi dei contenuti che il film propone e delle modalità con cui vengono sviluppati. Per questa ragione, affronterò la sua narrazione con l’umile pretesa abbiate già visto il film.
La trama si focalizza su un unico, fondamentale elemento: il corpo. E senza alcun richiamo allo spirito o ad altre sfaccettature del termine.
Nel film di Coralie Fargeat, il corpo non è altro che un involucro. È materia, merce, cosa.
Iniziamo dunque da qui: il corpo come involucro.
Corpo come involucro
Il corpo dà a Elisabeth Sparkle — nome della protagonista, interpretata brillantemente da Demi Moore — un mestiere, la possibilità di costruirsi una carriera, quindi l’indipendenza.
Le sue cosce sode e le sue gambe chilometriche le garantiscono un posto nel mondo, permettendole di rifugiarsi sotto un’etichetta sociale che la protegge da circostanze sfavorevoli e giudizi esterni.
La cura ossessiva che dedica al suo aspetto le conferisce successo, denaro, fama. La assicura dalla povertà così come dal fallimento.
La sua vita si svolge tra le luci del palcoscenico e il mega appartamento che sembra tagliato su misura del suo corpo: ordinatissimo, luminosissimo. Perfetto.
Elisabeth — è innegabile — possiede beni materiali e immateriali di immensa portata: denaro, potere, libertà.
Eppure, già nelle prime scene, l’impianto narrativo frantuma queste prime illusioni di perfezione.
Di fronte alla prima difficoltà, la protagonista crolla.
Elisabeth assiste, suo malgrado, a una telefonata del suo capo, Harvey (Dennis Quaid), un uomo dai modi squallidi, grotteschi e marcatamente sessisti. Con disinvoltura e arroganza, annuncia la sua intenzione di scaricarla, sostituendola con una donna più giovane, come se fosse merce da rinnovare.
Per Elisabeth è la disfatta.
Lei sa che i suoi glutei non sono più tonici come un tempo. Sa che la sua pelle si è assottigliata. Conosce le rughe impresse sulla sua fronte, simili a francobolli (al netto del fatto che l’attrice, a dispetto della sua età, conserva un aspetto che sfida il tempo: chapeau!), e le rinnega.
Significativa è la sua reazione durante il pranzo-colloquio con il suo capo sessista. Mentre lui, con smodata arroganza e una verbosità crudele, le comunica la sua decisione di licenziarla, Elisabeth rimane immobile. Sul suo volto emerge un’espressione di smarrimento, incertezza, assenza.

La donna-oggetto complice del patriarcato
Una donna della sua età, presumibilmente esperta e navigata, che lavora da anni nell’industria televisiva, di fronte a un trattamento cinico e ingiusto — per usare un eufemismo — non avrebbe, forse, almeno in teoria, qualcosa da dire? Non sarebbe in grado, anche solo minimamente, di rivendicare la sua dignità e le sue ragioni?
Sarebbe quanto meno auspicabile.
Eppure, contrariamente a quanto molti potrebbero aspettarsi, qui non assistiamo a un manifesto femminista né a una donna vittima del patriarcato. Il paradosso emerge in tutta la sua forza: dietro l’impotenza e la passività della protagonista, di fronte al sopruso subito, si cela una complicità silenziosa, profondamente radicata in un sistema che lei stessa ha interiorizzato.
Da Elisabeth, infatti, non giunge una parola. Non un singolo respiro che rivendichi la sua voce o la sua identità.
La sua risposta è la paralisi.
Si rifugia nel suo appartamento, che diventa il riflesso di quell’involucro che non la corrisponde più in felicità, né in successo, e pare non restituirle nemmeno più il senso della vita.
Ma lì non c’è nulla ad attenderla. Non un animale domestico a farle compagnia, né un amico o un vicino di casa che la visiti. Solo lo specchio di un bagno bianco e immacolato che le ricorda ogni giorno la sua inutilità. Quanto ormai sia mediocre, fallita, sbagliata.
Ok, si dirà: è il caso di una donna bella che prende coscienza degli anni che avanzano e di una bellezza che non è più quella di una volta. Una soluzione tanto comune quanto banale, tanto diffusa quanto prevedibile.
In verità, però, nella frustrazione di Elisabeth c’è molto più della semplice consapevolezza del tempo che passa. Il suo caso riguarda un’esistenza che ha fatto dell’apparenza la sua unica risorsa.
La condizione di solitudine, unita alla paura di non sapere concepire un’altra dimensione di esistenza, diversa da quella di lei giovane e perfetta (perché bella lo è ancora, innegabilmente), la spinge a cedere, senza troppi indugi, alla tentazione di assumere un elisir per rivendicare la forma di un tempo: l’involucro, appunto. Quello di lei quando era giovane, quindi bella, quindi perfetta. Accettata e accettabile.
Ora la trama si fa più complessa e, forse, anche più avvincente.
“You. Are. One.”
Le regole della pozione magica sono chiare: una volta assunta, Elisabeth “cede il posto” alla sua versione più tonica e ringiovanita, Sue, interpretata dalla splendida Margaret Qualley.
L’alternanza tra le due identità è essenziale per il buon esito dell’incantesimo: ogni sette giorni, infatti, le due versioni di sé devono obbligatoriamente scambiarsi i ruoli, senza alcuna eccezione.
Perché il procedimento funzioni, la condizione di passaggio deve essere rigorosamente rispettata, con il giusto intervallo temporale tra le trasformazioni.
A guidarla in questo processo, una voce misteriosa, che le ricorda ogni volta, con tono perentorio: “You. Are. One“ (“Siete una cosa sola“).
Ma qui, il paradosso emerge con forza. Se da un lato l’incantesimo promette che le due versioni siano una sola entità, nella realtà ciò non avviene. La narrazione si sviluppa su un piano di incoerenza che smonta l’idea di un’unione perfetta: tra le due identità, non si realizza una fusione, bensì una netta dualità.
Elisabeth e Sue non sono due aspetti di un’unica persona, ma due entità separate che si confrontano in modo conflittuale, come se ognuna lottasse per prevalere sull’altra.
Le due donne sono ora sdoppiate nella loro coscienza, così come nell’identità. Il corpo di Elisabeth vive su due corsie parallele: una che vuole rivendicare la gioventù perduta e rivivere la luce della ribalta, e l’altra, quella di Sue, che divora la sua chance di gloria e soddisfazione senza mai essere sazia.
Ogni volta che Sue prende il comando, dilata i sette giorni, contravvenendo le regole della formula e causando danni fisici irreversibili a Elisabeth.
La giovane, mentre sfrutta il suo corpo per un successo effimero, fa sprofondare la sua versione più anziana in un oblio doloroso e definitivo.
Elisabeth, ormai inerme, viene rinchiusa in una stanza buia, quasi come se Sue volesse nascondere la verità di ciò che sta facendo alla sua “vecchia” sé.
E più la vecchia Elisabeth diventa calva, ricurva, mostruosa, più la giovane Sue si nutre dell’entusiasmo e della vitalità.
È un animale famelico, affamato di risorse ed energie, che non trova mai pace.
E se il corpo non è altro che un involucro, che potere ha la bellezza per Elisabeth?

Bella e senza alcun potere
È paradossale come l’accento venga posto sull’aspetto estetico della donna-oggetto, ridotta a nient’altro che carne da consumare, privata di ogni capacità o potenziale.
In questo contesto, la bellezza non ha potuto nulla. Non è riuscita a difendere la protagonista, e certo non l’ha salvata, né da se stessa né dagli altri.
La bellezza non ha trasformato Elisabeth in una donna sicura di sé, né l’ha fatta sentire amata. È invece una donna sola, inquieta, vulnerabile.
La bellezza non le ha nemmeno conferito la capacità di creare legami autentici. Pur essendo desiderata da tutti, Elisabeth rifiuta di incontrare uno sguardo che possa davvero avvicinarsi a lei. La sua bellezza la rende inaccessibile, e mai reale.
Vive in funzione del suo corpo, che non è uno strumento di espressione, ma una gabbia che la assoggetta.
Bellezza non è riuscita neppure a proteggerla dall’essere sopraffatta dalla sua stessa creazione: la giovane Sue.
Elisabeth è preda della sua frustrazione, che assume contorni tragici.
Non si accetta, non si perdona, non si ama.
Eppure è lucida nel riconoscere i danni irreversibili che la giovane parte di sé sta infliggendo al suo corpo, alla sua mente e alla sua vita. Ma nonostante la consapevolezza, non riesce a fermare il ciclo distruttivo che la risucchia.
Perché Elisabeth non riesce a imporsi su Sue, una donna più giovane e irrazionale, così chiaramente meno matura di lei? Perché non riesce a domare la propria mente, a far prevalere la razionalità sull’illusione?
La risposta per me è semplice e devastante: Elisabeth è una donna sola. Non ha strumenti per combattere la sua stessa disperazione. E, soprattutto, non ha amore.
Ha scambiato l’amore con l’adorazione del pubblico, con la gloria, con l’ego.
È una donna di cinquant’anni, con tutta la vita davanti. Ma non la vede, perché per Elisabeth, senza bellezza, non esiste futuro, non esiste possibilità di esistere.
Elisabeth annega in una follia senza vie di fuga. La sua furia, impotente e solitaria, non trova mai contrappesi, né nella realtà né in sé stessa.
Conclusione
Bellezza, per Elena di Troia, fu dono divino e insieme maledizione. La sua avvenenza non solo suscitò catastrofiche contese tra gli uomini, ma divenne uno strumento di manipolazione nelle mani degli dèi.
In questo contesto, la bellezza è carne che fa la carne. Non ha scopo se non quello di rendere chi la possiede incapace di esaudirla o riceverla.
Si sarebbe potuto fare di più, e soprattutto si sarebbe potuto dire di più.






