Quel sabato mattina, Emilio si svegliò di buon umore. Diede da bere alle sue piante, fece una rapida sessione di addominali e cantò a squarciagola sotto la doccia. Infine, applicò due gocce del suo profumo preferito – solo due, per far durare più a lungo quella fragranza che gli era costata cara.
Come ogni fine settimana, si diresse verso la caffetteria a pochi passi da casa per prendere un cappuccino da portar via. Lo avrebbe sorseggiato al parco, seduto su una panchina, mentre si perdeva ancora una volta nelle pagine di Siddhartha di Hermann Hesse.
Una volta al locale, trovò una lunga coda alle casse, ma non si scoraggiò: quel cappuccino era la chiave per realizzare il suo programma di felicità.
Un giovane entrò nella caffetteria, attirando subito l’attenzione di Emilio: portava due grandi cuffie sulle orecchie e canticchiava una canzone.
Emilio lo osservò con attenzione. Era alto, con una corporatura atletica e un aspetto estremamente curato, ma anche originale. Indossava pantaloni a sigaretta color cachi, mocassini in pelle con nappine nocciola e un dolcevita celeste. Un paio di occhiali da sole Persol gli coprivano parzialmente lo sguardo, aggiungendo un’aria di mistero. Dal collo pendeva una macchina fotografica d’epoca, appesa a un cinturino di pelle scolorito, che rivelava il suo uso frequente.
“Forse è un fotografo”, pensò Emilio. Aveva l’aria dell’artista, ma anche quella dell’uomo d’affari. Quell’ambiguità nei suoi modi lo incuriosì.
Il raffinato canterino si mise in fila dietro a Emilio e riprese a canticchiare, intonando Can’t Stop dei Red Hot Chili Peppers.
In modo del tutto disinvolto, il ragazzo del quartiere iniziò a motivare alcune frasi della canzone, muovendo il corpo a ritmo di musica. Batté le dita sulle anche, seguendo il tempo.
L’altro, notandolo, scoppiò a ridere e gli chiese: “Ti piacciono i Red Hot Chili Peppers?”
“Sì, molto”, rispose Emilio.
Il giovane elegante ricambiò con un sorriso generoso, mostrando denti bianchissimi. Emilio si chiese se fossero finti. E, se non fosse stato per il timore di sembrare bizzarro, avrebbe voluto toccarglieli.
“Io sono Pier, comunque. Piacere!” disse, tendendo la mano destra e sfilandosi gli occhiali da sole.
“Emilio, piacere mio”, rispose lui, ricambiando la stretta di mano.
“Bella pazienza per un caffè, eh? Non sono pratico della zona. Mi ha attirato il nome Perk Avenue. Resto giusto altri cinque minuti, poi me ne vado.”
“Carino, eh? Vengo qui quasi ogni settimana. Abito vicino, è molto comodo. Certo, una lunga attesa come questa non mi era mai capitata. Se puoi, resisti: il caffè è davvero buono.”
“Se lo dici tu, gli darò una chance.”
Si scambiarono un sorriso. Emilio pensò di aver incontrato una bella persona.

Finalmente, venne il turno del primo dei due alla cassa. Emilio pagò e si mise ad attendere il suo ordine. Poco dopo, Pier lo raggiunse, in attesa del suo espresso, che avrebbe bevuto al bancone del bar.
Emilio fu colto dalla tentazione di chiedere a Pier se avesse voglia di fare due passi al parco con lui. Avrebbe preferito la sua compagnia persino alla rilettura di Siddhartha, quando Pier lo sorprese con una domanda:
“Dunque, Emilio. Mi dicevi che vivi qui vicino.”
“Sì, esatto.”
“E cosa fai per vivere?”
Emilio si fermò un istante, cercando di comprendere il senso della domanda: gli stava forse chiedendo come amasse impiegare il suo tempo, o piuttosto quale mestiere gli permettesse di vivere?
Pier era bello, alto, sicuro di sé. Indossava capi firmati. Emilio si sentiva inadeguato, sopraffatto dal profumo di quel gentiluomo che sembrava avvolgerlo. Esitò nel rispondere e cominciò a balbettare qualcosa.
Gli capitava spesso di balbettare quando non era sicuro di cosa dire. E riguardo alla sua posizione lavorativa, non si sentiva affatto sicuro.
“Lavoro in un’azienda… sono un impiegato… niente di particolarmente entusiasmante…” Rispose finalmente, cercando di sembrare più sicuro, ma la sua voce tradiva un’insicurezza che non riusciva a nascondere.
Pier annuì, ma Emilio sentì che la sua risposta non era abbastanza. Avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ma le parole gli si erano confuse in testa. Il profumo di Pier, il suo stile impeccabile, sembravano invadere l’aria attorno a loro, ricordandogli quanto fosse distante dalla vita che sembrava vivere quell’uomo.
“Ah, e che azienda di preciso? Di che cosa ti occupi esattamente?”
Emilio avrebbe voluto interrompere quella conversazione e fuggire via, al parco, per vivere la giornata felice che aveva meticolosamente programmato. Ora rimpiangeva la compagnia di Siddhartha, con la sua serenità e la sua incessante ricerca di pace interiore.
“Lavoro per un’agenzia assicurativa e mi occupo di contabilità. Sono un contabile, tutto qui. Nulla di interessante, te l’ho detto. È solo un lavoro. E, per giunta, molto noioso. Ma dimmi di te, invece: di cosa ti occupi? A vederti così, giurerei che sei un artista. Un fotografo, magari?”
Pier esplose in una risata vivace: “Deve essere la macchina fotografica a darmi questa aura. In realtà, non potresti essere più lontano dalla verità: sono un broker. In parole povere, nella vita faccio soldi.”
Emilio rimase sorpreso. “Caspita, non l’avrei mai detto! Deve essere un lavoro molto stressante. Ti piace?”
Cavoli, puoi giurarci. Alcuni giorni non so come faccio a sopravvivere. Se mi piace? Onestamente, non me lo sono mai chiesto. Volevo solo fare soldi, sapevo solo quello. E questo lavoro me ne procura parecchi. Se poi mi toglie il sonno, non mi importa. È il prezzo da pagare, giusto?” – sorrise cinicamente, poi continuò – “Poi, sai, lavorare in certi ambienti ha i suoi vantaggi. Ti invitano a tanti party. Se vuoi entrare in certi club, ti stendono il tappeto rosso.”
“Capisco.” Emilio rispose, cercando di sembrare comprensivo, ma, in cuor suo, non lo capiva affatto. Capì, piuttosto, di essersi fatto un’idea sbagliata. Quel giovane uomo pieno di vita, che cantava i Red Hot Chili Peppers un sabato mattina, non aveva in realtà nulla di originale.
Così, tornò a concentrarsi sull’oggetto che lo aveva attirato inizialmente: la macchina fotografica d’epoca.
“La tua macchina fotografica è bellissima. Sei appassionato di fotografia?”
“Questa, dici? No, non è mia. È di mia sorella. Me l’ha prestata perché piaceva alla mia ex. Era lei l’appassionata di fotografia. Non faceva altro che fotografare la gente. Tutto quel tempo passato a girare per immortalare sconosciuti. Non lo capirò mai. A stento riusciva a guadagnarsi da vivere. Continuava a dire che era ciò che amava fare. Senz’altro amava l’obiettivo più di me. Infatti, mi ha lasciato.”
“Capisco.” Questa volta Emilio capiva davvero le sue parole. O meglio, comprendeva la decisione della ragazza. Poi raddrizzò il tiro: “Cioè… intendevo dire…” Riprese a balbettare. “Trovo che fare ciò che si ama sia semplicemente straordinario. Anche se spesso può essere difficile e poco redditizio…”
“Sei serio? Straordinario? Non direi proprio.” Pier sorrise con sarcasmo.
“Io sono per le visioni grandiose. Per le ambizioni. Sono un tipo instancabile: ogni anno faccio un bilancio e mi pongo subito un nuovo obiettivo. E poi, alla fine, è tutto a favore del curriculum, no?!”
Il suo monologo egoriferito venne interrotto dallo squillo del suo cellulare. “Scusa, devo rispondere.”
Emilio si girò dall’altra parte, per non risultare indiscreto.
La telefonata durò un paio di minuti, poi Pier tornò, visibilmente concitato.
“Era mia sorella. Finalmente è a casa. Sono venuto fino in questo quartiere dimenticato da Dio solo per lei, invece di godermi le mani divine della mia massaggiatrice. Comunque, ora devo andare. Buona giornata… ehm… scusa, ricordo che sei un contabile, ma mi sono dimenticato il tuo nome.”
“Io sono Emilio.”






