Patriarcato. Nascita ed evoluzione di un dominio culturale

Nella riflessione che seguirà, esploreremo le origini del patriarcato, la sua evoluzione attraverso le epoche e le sue manifestazioni nelle società moderne. Faremo anche un’analisi critica di come il concetto stesso di patriarcato si è evoluto nel tempo, interrogandoci sulla sua capacità di spiegare le disuguaglianze di genere nell’era postmoderna.

I. Le origini del patriarcato: un sistema di dominazione millenario

“Patriarcato”, dal greco antico “πατριάρχης” (patriárchēs), composto a sua volta di due parole: “πατήρ” (patēr) che significa “padre”, e “ἀρχή” (archē) che significa “governo” o “principato”. Quindi, “patriarcato” significa letteralmente “governo del padre” o “dominio del padre”.

Gli studi antropologici sulle società preistoriche e tribali evidenziano che, nelle prime forme di organizzazione sociale, esistevano strutture più egalitarie, in cui le donne avevano un ruolo attivo nelle decisioni economiche e politiche.

Con l’emergere delle società agricole intorno al 10.000 a.C. e la nascita della proprietà privata, si verificò una trasformazione profonda. L’uomo, divenuto proprietario delle terre, assunse il controllo delle risorse e si fece figura dominante, mentre le donne furono progressivamente confinate alla sfera domestica e riproduttiva, vivendo una vita sempre più sedentaria.

L’adozione delle religioni monoteiste, come il cristianesimo e l’ebraismo, consolidò ulteriormente l’idea che l’uomo fosse al centro dell’ordine cosmico e sociale.

Nel Medioevo, il patriarcato si radicò ulteriormente con la nascita delle monarchie cristiane in Europa, dove la figura paterna divenne simbolo di autorità divina. La Chiesa cattolica sancì il ruolo subalterno della donna, sostenendo la sua sottomissione all’uomo nella vita pubblica e privata.

II. L’evoluzione del patriarcato: da sistema di leggi a norma culturale

Nel corso dei secoli, il patriarcato si è radicato nelle istituzioni fondamentali come la famiglia, il diritto, la politica e la religione.

Secondo l’antropologo Pierre Bourdieu, il patriarcato non si limita a influenzare le relazioni di potere evidenti, ma entra anche nei “domini simbolici”, ossia nelle idee e nelle immagini che la società crea e che giustificano il predominio maschile.

Nonostante le promesse di uguaglianza dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese, le disuguaglianze di genere sono rimaste saldamente radicate. Le società capitaliste, pur promuovendo la mobilità sociale e la libertà individuale, hanno continuato a perpetuare una visione patriarcale del lavoro e della famiglia, con gli uomini associati al ruolo di produttori e capifamiglia, e le donne legate al lavoro di cura e alla gestione domestica.

Nel XX secolo, i movimenti femministi hanno portato alla luce le ingiustizie strutturali, sfidando apertamente il patriarcato e chiedendo l’emancipazione delle donne. La lotta ha, però, sollevato nuove riflessioni, mettendo in luce le strutture di potere che continuano a dominare la società e interrogandosi sulla validità stessa del concetto di patriarcato.

III. Patriarcato oggi: un concetto ancora attuale o un anacronismo?

Nel contesto contemporaneo, il patriarcato è ancora un concetto utile per descrivere le disuguaglianze di genere.

Tuttavia, oggi, ci si chiede se tale definizione sia ancora valida per comprendere le nuove dinamiche di potere e di oppressione che caratterizzano le società moderne, segnate da una crescente complessità nelle relazioni sociali, economiche e politiche.

Le disuguaglianze di genere non si manifestano solo nei termini tradizionali di dominio maschile sulle donne, ma si intrecciano con altre categorie come la classe sociale, l’etnia e l’orientamento sessuale, creando forme più complesse di oppressione.

Questo fenomeno rende il patriarcato, così come lo abbiamo conosciuto nel passato, un concetto in evoluzione, che necessita di una rielaborazione per rimanere pertinente nel contesto contemporaneo.

IV. L’evoluzione del patriarcato: dal dominio esplicito alla dominazione sottile

Molti sociologi e teorici contemporanei suggeriscono che il patriarcato tradizionale, pur non essendo scomparso, ha subito una profonda trasformazione.

Se un tempo il patriarcato si manifestava chiaramente attraverso leggi, norme e strutture familiari (ad esempio, il ruolo dominante del “padre” o del “capo famiglia”), oggi possiamo osservare forme più sottili e diffuse di dominazione. Queste si esprimono principalmente attraverso la sfera lavorativa, della politica, della cultura e dei media, che spesso continuano a esaltare modelli di virilità e successo associati agli uomini.

In questo senso, il “patriarcato postmoderno” è dunque meno visibile, ma onnipresente. Si esprime oggi in modi meno evidenti, ma altrettanto potenti. Le sue forme più sottili si trovano nelle aspettative sociali riguardo ai comportamenti “appropriati” per uomini e donne, nelle rappresentazioni mediatiche e culturali, nel linguaggio e nelle disuguaglianze salariali.

Pensiamo al linguaggio, nei casi in cui è utilizzato per marginalizzare e ridurre l’autorità delle donne. In molte situazioni professionali e sociali, si usano espressioni che rinforzano stereotipi di genere, come “non fare la donna” per indicare debolezza o “sii uomo!” per esprimere forza o determinazione. Queste espressioni rafforzano l’idea che alcuni comportamenti siano “più adatti” a un genere piuttosto che a un altro.

Un esempio chiaro di linguaggio sessista, poi, è l’espressione “non fare la mestruata”, in quanto riduce la reazione o il comportamento di una donna a una condizione biologica (il ciclo mestruale), che ha tradizionalmente associato la donna a fragilità, irrazionalità o emotività, e la ridicolizza per quella stessa condizione naturale. Una dinamica molto comune in contesti di dibattito, discussione o conflitto, dove le donne vengono spesso accusate di essere “troppo emotive” o “isteriche” quando esprimono opinioni forti, mentre gli uomini con comportamenti simili vengono considerati assertivi o determinati.

Consideriamo, ancora, la rappresentazione dei ruoli di genere nelle pubblicità o nei film. Nel XX secolo, gli spot pubblicitari si fanno spesso promotori della sessualizzazione del corpo femminile per promuovere qualsiasi prodotto, dai profumi alle automobili. La donna è ridotta a oggetto di desiderio e a ricoprire un ruolo passivo: il suo valore è legato alla sua apparenza fisica piuttosto che alle sue capacità o alle sue idee.

In molte pubblicità sono le donne a sponsorizzare prodotti per la pulizia della casa. Indossano seducenti guanti in gomma gialla, grembiuli col merletto e mentre danno prova dell’efficacia del nuovo straccio pulisci pavimenti, ammiccano alla telecamera, esprimendo piena soddisfazione per le nuove mansioni cui sono state assegnate.

L’uomo, invece, è ripreso per lo più al di fuori delle mura domestiche. Nessun grembiule, né pinza, né guantoni gialli per lui: piuttosto, è chiamato a brevettare una nuova auto di grido sulle dune di un paesaggio da cartolina.

Nei film, le donne sono spesso rappresentate come madri, mogli o figure da proteggere, mentre gli uomini sono ritratti come eroi, leader o figure decisive. I film hollywoodiani, ad esempio, storicamente hanno assegnato ruoli principali a uomini, mentre le donne sono state relegate a ruoli secondari o stereotipati, come la “donna in difficoltà”, la donna da salvare.

Un altro ambito nel quale emerge in modo lampante la disuguaglianza di genere è quello lavorativo. Nonostante i progressi, le donne continuano a guadagnare meno degli uomini per lo stesso lavoro. A livello globale, la differenza salariale di genere è ancora molto evidente. Secondo stime, le donne guadagnano in media circa il 20% in meno rispetto agli uomini. Questo divario è particolarmente manifesto in settori come la tecnologia, la finanza e la politica.

Secondo alcuni studi, le donne rappresentano una minoranza significativa nei consigli di amministrazione delle principali aziende. Se è vero che molte riescono a raggiungere ruoli di leadership, raramente infatti ricoprono la posizione di CEO (Chief Executive Officer) o presidente di una grande azienda. Gli uomini, d’altra parte, continuano a dominare le posizioni più alte.

Quali sono i principali ostacoli e stereotipi che limitano le donne dal realizzare avanzamenti di carriera?

Un esempio concreto è il congedo di maternità. Un periodo di sospensione dell’attività lavorativa per una donna, per l’arrivo di un figlio, può comportare un rallentamento significativo o una sospensione della carriera, con la conseguente difficoltà nel raggiungere ruoli di leadership in futuro. Alcuni studi hanno mostrato che le donne che chiedono un congedo di maternità sono spesso percepite come meno disponibili, o come meno ambiziose o capaci di gestire ruoli di alta responsabilità, mentre gli uomini che diventano padri non affrontano gli stessi pregiudizi.

Un altro esempio significativo di stereotipo è dato dai pregiudizi di genere. Anche quando le donne raggiungono ruoli di leadership, potrebbero trovarsi a dover affrontare preconcetti legati all’idea che una donna al comando possa non essere “abbastanza competente” o “troppo emotiva” rispetto a un uomo.

È chiaro che oggi non possiamo più parlare di patriarcato come se fosse una struttura monolitica. Le disuguaglianze di genere, infatti, si intrecciano con altre forme di oppressione e discriminazione, come quelle legate alla classe sociale, all’etnia e all’orientamento sessuale, creando dinamiche di potere più complesse e difficili da smantellare.

In altre parole, il patriarcato non agisce in modo uniforme su tutte le donne, ma in modo diverso a seconda della posizione sociale, culturale e razziale delle persone.

Vediamo di seguito, in modo pratico e schematico, in quali modalità il patriarcato influisce sulla vita delle donne a seconda della loro posizione socio-economico-culturale :

  1. Donna bianca della classe media vs donna nera della classe media

Una donna bianca della classe media, ad esempio, potrebbe incontrare ostacoli legati al sessismo (come il divario salariale di genere o la difficoltà di accedere a posizioni di leadership), ma in genere, essendo bianca e appartenente a una classe sociale relativamente più privilegiata, potrebbe avere più opportunità professionali, una rete di sostegno più solida e una maggiore visibilità nel mondo del lavoro rispetto a una donna nera o appartenente a una classe sociale più bassa.

Una donna nera, pur appartenendo a una classe media, potrebbe affrontare discriminazione razziale aggiuntiva, oltre ai pregiudizi di genere. Ad esempio, nel mondo del lavoro, potrebbe trovarsi a dover affrontare stereotipi specifici legati alla sua razza, come l’essere percepita come “troppo aggressiva” o “troppo assertiva” quando esercita il suo diritto di prendere posizione, mentre lo stesso comportamento in un uomo bianco potrebbe essere considerato “leadership”.

Quindi, non solo il sessismo, ma anche il razzismo entra in gioco nella sua esperienza di oppressione.

2. Donna bianca della classe media vs. donna povera di qualsiasi razza

Una donna della classe media, con un’educazione e una stabilità economica, ha una maggiore possibilità di accedere a cure sanitarie di qualità, istruzione superiore, e opportunità lavorative, anche se potrebbe essere ancora soggetta a discriminazione di genere (ad esempio, nella carriera o nel salario). In generale, il patriarcato influirà sulla sua vita in modi che sono legati principalmente al suo essere donna, ma con un certo grado di autonomia e accesso ai privilegi.

Una donna che vive in povertà, invece, indipendentemente dalla sua razza, affronta una serie di sfide molto più gravi, che vanno dalla difficoltà di accesso all’istruzione e alla sanità, alla mancanza di sicurezza economica. Queste difficoltà sono amplificate dal fatto che è una donna: potrebbe essere discriminata nell’accesso ai posti di lavoro o nel trattamento economico, ma potrebbe anche essere vittima di violenza domestica o abuso, senza avere le risorse per fuggire dalla situazione o per difendersi. Inoltre, spesso le donne povere sono i soggetti più vulnerabili a sfruttamento o molestie sessuali in ambito lavorativo.

Le donne ricche, pur affrontando gli ostacoli legati al sessismo, godono generalmente di un livello più elevato di indipendenza economica e di opportunità rispetto alle donne povere. Possono avere accesso a una rete di supporto, un’educazione di qualità, e opportunità lavorative che le rendono più resilienti agli effetti del patriarcato.

Le donne povere, d’altra parte, spesso si trovano intrappolate in cicli di disuguaglianza economica, che le rendono vulnerabili a forme di violenza domesticaabuso sul lavoro e altre forme di sfruttamento. Il patriarcato in questi casi si sovrappone alla mancanza di risorse, creando una situazione di doppia oppressione.

VII. Conclusione. Un concetto in evoluzione verso nuove categorie interpretative ?

Abbiamo esaminato come il patriarcato si sia trasformato nel corso dei secoli, evolvendo da un sistema legato all’avvento dell’agricoltura e alla nascita delle prime strutture sociali e della proprietà privata, a una forma di dominio necessaria per il controllo delle risorse e la difesa di interessi economici e militari. Con il tempo, questo sistema si è radicato nelle istituzioni politiche, religiose e familiari, legittimando la gerarchia di genere e il predominio maschile come una norma sociale accettata.

Oggi, la dominazione maschile non si esprime più solo attraverso forme manifeste di controllo, ma si intreccia con una serie di fattori sociali, culturali ed economici che rendono la sua analisi sempre più complessa. Le strutture di potere patriarcali si sono evolute in modalità più sottili, ma non per questo meno pervasive, permeando la sfera pubblica e privata, dalla politica al lavoro, dalla cultura alla tecnologia.

Il patriarcato, quindi, non può più essere ridotto alla figura tradizionale del “padre” o del “capofamiglia”, né si può limitare a descrivere la dicotomia uomo/donna.

Allo stesso modo, la lotta contro l’oppressione femminile non può più essere vista come una questione che riguarda esclusivamente le donne in relazione agli uomini. L’intersezionalità, ovvero l’interazione di fattori come classe, etnia, orientamento sessuale e identità di genere, ha reso chiaro che non esistono forme universali di oppressione.

Ogni esperienza di dominazione è, infatti, il prodotto di una complessa rete di relazioni di potere che agiscono su più livelli e che devono essere analizzate in relazione ai contesti socio-culturali specifici.

Di fronte a queste trasformazioni, sorgono dunque nuovi dilemmi:

È ancora utile parlare di patriarcato come di un concetto unitario o è necessario rielaborarlo, aggiornandolo alla luce delle nuove dinamiche sociali?

Infine, se il patriarcato oggi si è fatto più invisibile, ma non meno potente, siamo davvero pronti a riconoscerlo nei luoghi dove ancora agisce, come nella cultura popolare e nelle pratiche quotidiane, oppure continuiamo a considerarlo solo un relitto del passato?

Come tutte le grandi questioni, anche quella appena esaminata non può essere affrontata secondo la logica della sintesi, né con la presunzione di fornire risposte definitive.

Il mio augurio è di aver offerto dati utili e completi, che possano servire come strumenti per un’analisi approfondita e una riflessione consapevole.

La vera sfida che ci attende, cari lettori, è quella di affrontare la complessità del presente con uno sguardo lucido e, ancor più, con una critica attenta e costruttiva.


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