Quando l’Amore è possesso. Dalla Storia alla Letteratura fino ai Nostri Giorni.

In questo articolo, ci proponiamo di tracciare un’analisi lucida e puntuale sul percorso storico della donna come proprietà dell’uomo.

Il nostro viaggio si sviluppa su due piani distinti ma convergenti: in primo luogo, seguiremo una breve traccia cronologica che esplora le diverse fasi in cui la donna è stata oggettivata, da condizione di subalternità nell’antichità a fenomeni più recenti di violenza e controllo nel mondo contemporaneo. In secondo luogo, metteremo in evidenza come la letteratura, fin dalle sue origini, abbia alimentato e spesso legittimato questa visione patriarcale della donna, presentandola come un essere idealizzato ma intrinsecamente sottomesso. Infine, proveremo a individuare i rimedi concreti per contrastare la persistenza di ruoli diseguali che definiscono i rapporti tra i sessi. 

Spero questa lettura possa incontrare il vostro interesse, colmare eventuali lacune e soddisfare le vostre aspettative.

I. Antichità: la donna come proprietà del padre e custode

Nell’antica Grecia, le donne erano considerate sotto la tutela del kyrios (padrone) (in greco antico: κύριος), che poteva essere il padre, il marito o un altro parente maschio. Non avevano diritti politici, legali o economici autonomi e il loro ruolo principale era quello di gestire la casa e procreare legittimi eredi. Anche in caso di divorzio, la donna rimaneva sotto la potestà di un tutore maschio.

In Roma, la figura del pater familias esercitava un potere assoluto sulla famiglia, inclusa la moglie. Il matrimonio non aveva il significato di unione basato sull’amore, ma era visto come un contratto tra famiglie, un’alleanza di interesse sociale ed economico, per mezzo della quale la donna veniva trasferita dalla potestà del padre a quella del marito, costituendo in tal senso un veicolo di eredità. Nel diritto romano, inoltre, la violenza contro le donne, come lo stupro, veniva considerata una violazione dell’onore familiare, e non un crimine da condannare.

II. Medioevo: la donna come oggetto nel matrimonio e bottino di guerra

Nel Medioevo, la condizione della donna come proprietà si perpetuava attraverso la pratica diffusa del cosiddetto matrimonio riparatore. Se una donna veniva violata o tradita, l’onore della sua famiglia poteva essere “riparato” solo con un matrimonio obbligato con l’uomo che l’aveva sedotta. In molte culture medievali, il matrimonio stesso veniva visto come un atto di proprietà maschile su una donna. Anche in caso di incesto, la donna veniva considerata una merce da “restituire” alla famiglia del marito.

Le donne rapite durante le guerre venivano spesso ridotte in schiavitù o trattate alla stregua di bottino di guerra. Non c’era distinzione tra il loro valore come merce di scambio e il valore di altri beni conquistati.

La barbarie dello stupro di guerra è ancora oggi praticata, quando, in occasione di conflitti bellici, le donne diventano bersagli di umiliazione, strumenti di sottomissione e di annientamento identitario e culturale.

Nel XVIII e XIX secolo, con l’affermarsi della società borghese e del diritto civile, la figura femminile rimase confinata a un ruolo di proprietà. Prima come dote del padre, poi come “bene” del marito.

Le leggi matrimoniali non riconoscevano la donna come individuo autonomo, ma come parte accessoria della figura maschile.

L’accesso all’istruzione superiore, al lavoro retribuito e alla partecipazione politica le era precluso. Il suo universo era la casa; la sua funzione, la cura. La violenza domestica, lungi dall’essere stigmatizzata, era spesso tollerata come strumento legittimo di disciplina familiare.

 IV. XIX e XX secolo: la coscienza della violenza e la lotta per i diritti

Nel XIX secolo, le prime conquiste del movimento femminista iniziarono a incrinare il paradigma patriarcale: il diritto allo studio, al voto, alla parola pubblica. Ma la cultura del possesso resisteva. La violenza domestica restava invisibile, tollerata, normalizzata.

Nel XX secolo, l’emersione dei diritti umani e del pensiero femminista segnò una svolta: la violenza sulle donne venne riconosciuta come violazione dei diritti fondamentali. Le leggi cominciarono a proteggere le vittime. Eppure, la mentalità patriarcale continuava a permeare le relazioni affettive e sociali.

Oggi, nonostante i passi avanti, la cultura del possesso si manifesta con la sua espressione più brutale: il femminicidio, ovvero l’uccisione di una donna da parte di un uomo — spesso un partner o un ex — per motivi di genere. Un uomo che non accetta la sua libertà. Il suo “no”.

Il caso di Giulia Cecchettin, brutalmente assassinata dal suo ex compagno, è l’emblema di una mentalità ancora profondamente radicata: quella che vede nella donna una proprietà da dominare, controllare, e infine annientare se sfugge al potere dell’uomo. Non è un caso isolato, ma un paradigma ancora vivo, feroce, sistemico.

Virginia Woolf, A Room of One’s Own (1929)

Non è un caso che proprio qui si collochi la riflessione di Virginia Woolf. La sua scrittura visionaria e rivoluzionaria smaschera la frattura tra la donna idealizzata dalla penna maschile — splendida, eroica, sublime — e la donna reale, confinata, umiliata, brutalizzata.

Questo passaggio ci traghetta verso la seconda parte della nostra analisi: in che modo la letteratura, dalla classicità in poi, ha costruito, riflesso e alimentato il mito della donna come oggetto d’amore e di possesso?

La letteratura come specchio e motore del dominio: l’amore trasformato in possesso

La letteratura ha svolto un ruolo cruciale nel plasmare l’immaginario collettivo, contribuendo non solo a riflettere, ma anche a legittimare strutture di potere e gerarchie di genere. Attraverso i secoli, le opere letterarie hanno spesso presentato la donna come un “oggetto da possedere”, relegandola al ruolo di figura silente, desiderata, idealizzata — eppure priva di voce propria. La sua identità, i suoi desideri, la sua autonomia vengono ignorati, soppressi e riscritti secondo un codice narrativo maschile.

L’amore come possesso è un tema che ha attraversato secoli di produzione letteraria, rivelando spesso una concezione patriarcale dei rapporti tra uomo e donna. In questa visione, l’amore non è un sentimento di parità e rispetto reciproco, ma una dinamica di controllo, possesso e, talvolta, di violenza simbolica o fisica. 

Già nell’Odissea di Omero, Penelope incarna il paradigma della moglie ideale: fedele, paziente, chiusa nella casa a tessere nell’attesa del marito. La sua identità non è autonoma, ma definita unicamente in relazione al ritorno di Ulisse, che, riappropriandosi di lei, riafferma il proprio diritto di possesso.

Nel Decameron di Boccaccio, la novella di Alatiel mostra con crudezza come la bellezza femminile diventi oggetto di scambio, violenza e desiderio maschile. Alatiel viene “posseduta” da numerosi uomini, in una sequenza di eventi che riduce il suo corpo a merce di scambio. Eppure, Boccaccio chiude la novella con un ribaltamento ironico e quasi innovatore: Alatiel riesce a salvarsi attraverso l’uso della parola, della finzione, del linguaggio e delle sue opere d’astuzia, comunicando, forse, un primo germe di emancipazione.

Nel Otello di Shakespeare, Desdemona è tragicamente intrappolata in una relazione dominata dalla gelosia e dalla logica del possesso. Otello non ama Desdemona in quanto essere autonomo: la desidera, la idealizza, poi la punisce perché crede di averla “perduta”. L’amore si trasforma in ossessione, e la sua morte è la conseguenza diretta di una visione patriarcale del rapporto amoroso, in cui la donna deve appartenere all’uomo, o cessare di esistere.

Questa visione della figura femminile è stata ripresa dalla società e dalle istituzioni, legittimando la disuguaglianza di genere attraverso il matrimonio patriarcale, in cui la donna viene ceduta – prima dal padre, poi dal marito – come proprietà privata.

L’amore romantico, nella sua accezione più tossica, si è sovrapposto alla logica del possesso, giustificando comportamenti di controllo, gelosia e violenza come segni di passione autentica.

I rimedi concreti: educare al rispetto, disimparare il possesso

Oggi, la lotta per l’uguaglianza di genere ha messo in luce la necessità di educare sia le donne che gli uomini a una visione più sana e paritaria delle relazioni. Non è sufficiente, però, limitarsi a educare i maschi fin da bambini in modo generico. Il cambiamento profondo deve avvenire su più livelli.

L’educazione affettiva dovrebbe entrare a pieno titolo nei programmi scolastici sin dalla scuola primaria, in modo che i bambini e i ragazzi possano crescere con una comprensione sana del consenso, del rispetto reciproco e della parità nelle relazioni. Non si tratta solo di insegnare la protezione dai pericoli legati alla sessualità, ma anche di trasmettere valori di uguaglianza, comunicazione e autonomia nelle dinamiche interpersonali.

È urgente decostruire l’ideale romantico tradizionale, spesso fondato su dinamiche di dipendenza, controllo e gelosia. L’amore sano non è fusione né sacrificio unilaterale, ma condivisione di libertà. I media, la narrativa e il cinema hanno la responsabilità di proporre modelli relazionali che non perpetuino l’archetipo della donna-premio, ma valorizzino relazioni paritarie, emotivamente intelligenti, libere da ruoli imposti.

Il femminicidio non è mai un gesto isolato, ma l’esito tragico di un sistema che ancora giustifica il controllo dell’uomo sulla donna come espressione di forza o amore. Serve un’azione congiunta: leggi più efficaci contro la violenza di genere; promuovere e rafforzare percorsi educativi e culturali in grado di scardinare stereotipi e normalizzare la libertà femminile.

Gli uomini non devono essere soltanto rieducati: devono essere coinvolti come alleati attivi. Occorre promuovere una mascolinità nuova, libera dall’obbligo della dominanza e della repressione emotiva. Uomini capaci di amare senza possedere, di rispettare senza temere l’autonomia altrui, sono la chiave del cambiamento.

Conclusioni 

Il percorso della donna come oggetto di possesso dell’uomo ha radici profondissime, che attraversano la storia, dalla sua condizione di proprietà del padre nell’antichità, alla donna come preda di guerra o come oggetto nel matrimonio, fino a giungere al tragico fenomeno del femminicidio odierno. Nonostante i passi avanti compiuti, molte donne continuano a vivere sotto il dominio maschile, rimanendo vittime di violenza fisica, psicologica ed emotiva.

La differenza fondamentale tra ieri e oggi è che oggi le donne hanno voce e possibilità di denunciare, ma spesso la società e il sistema giuridico non sono ancora adeguatamente preparati per tutelarle efficacemente. I casi di femminicidio, come quello di Giulia Cecchettin, continuano a ricordarci quanto sia radicata la mentalità patriarcale che vede la donna come possedimento e la percepisce come inferiore.

In un mondo che si proclama moderno e civile, è essenziale continuare la lotta contro la violenza di genere e lavorare affinché la donna possa finalmente liberarsi dal peso di una cultura millenaria che l’ha vista come oggetto e proprietà.

La cultura, la letteratura e l’educazione — se usate con consapevolezza — possono diventare strumenti decisivi per generare nuove generazioni capaci di amare senza dominare, e di costruire relazioni fondate sulla libertà e sul rispetto reciproco.

Il cambiamento non è solo necessario. È possibile. Ma richiede coraggio, visione e, soprattutto, una rivoluzione culturale che parta dall’intimità delle nostre relazioni quotidiane.


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