La fluidità come ideologia. Sulla velocità del presente e il declino della profondità

Cose immense, racchiuse in una scatolina di spilli

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

L’Infinito

Giacomo Leopardi

Viviamo in un tempo che ha trasformato la fluidità in ideologia.
Non è più solo un tratto auspicabile: è diventata la misura del valore individuale. Adattarsi, cambiare forma, restare in movimento: sono le uniche qualità che il presente sembra riconoscere.

Il mondo non chiede più di formarsi un’idea, ma di saperla cambiare in fretta. Di adeguarsi. Di aggiornarsi, ogni giorno, a un contesto che scorre più veloce della nostra capacità di radicarci.

La coerenza è stata sacrificata sull’altare dell’agilità. E se questo ci ha reso più mobili, più versatili, ha anche sottratto qualcosa di essenziale: il tempo per elaborare, per scegliere, per credere.

In questo paesaggio accelerato, il pensiero profondo diventa un peso, una zavorra. La lentezza riflessiva è guardata con sospetto, come un difetto funzionale. Così ci adattiamo. Tagliamo. Semplifichiamo. Non per convinzione, ma per sopravvivenza.

Le idee non si maturano: si consumano. Le opinioni si affermano non per forza, ma per rapidità. Il sapere è trattato come un link da cliccare, non come un sentiero da attraversare.

E questo ramifica e si traduce nelle relazioni che si abbreviano, nei gesti che si fanno automatici. nelle maniere che si spogliano di ogni profondità.

Pensiamo, per esempio, alla cortesia.
Avete notato come l’attenzione alla forma non interessi quasi più a nessuno? In questo mondo rovesciato, conta soltanto il fine. La cosa. Il prodotto. L’obiettivo.

Poco importa se, per raggiungerlo, bisogna sgomitare tra la folla, pestare qualche piede, tradire un amico, giocare d’astuzia. Persino diventa accettabile arrivare al traguardo senza nemmeno saper spiegare perché ci si è messi in corsa.

L’importante è non fermarsi mai. O meglio: dare l’idea di essere perennemente operosi.

Chissà perché il movimento seduce più della sosta.
Eppure, nella velocità, come potremmo davvero comprendere il senso di un testo?

Si può leggere L’infinito di Leopardi correndo? Capirci qualcosa, davvero?
Io dico di no.
L’infinito è stato scritto sedendo e mirando.

Eppure oggi ci troviamo risucchiati da una realtà che ci chiama a interloquire su tutto. Problemi sociali, economici, culturali, perfino geopolitici: ogni tema diventa terreno di esposizione.

Conversiamo online come se fossimo conoscitori esperti, e nella fretta pronunciamo sentenze, consumiamo dibattiti, bruciamo complessità.

Non ci sediamo più. Non ponderiamo più.

Così il salotto non è più luogo di confronto, ma di contesa. Non spazio di scambio, ma di schieramento. A destra o a sinistra. Dentro o fuori. Ragione o torto.
Una linea sottile traccia confini che dovrebbero invece essere interrogativi.

Cose immense, racchiuse in una scatolina di spilli.

Cose immense ridotte a oggetti da lanciare, non da condividere. Dove vince chi colpisce più lontano, più forte, più in fretta.

Nessuno si esercita più a ciò che è difficile.  Nessuno si allena alla sosta, all’attesa senza previsione di termine, alla costruzione lenta di un’idea da cui trarre senso – per comprendere ciò che si sa e indagare su ciò che resta ancora straniero.

La profondità non performa

Se un tempo si riconosceva valore all’esperienza, oggi si premia l’efficienza.
Chi riesce a formulare un’opinione rapida, condivisibile, di facile consumo — vince.

Il pensiero ha ceduto il passo all’impressione. La profondità al volume. L’ascolto all’affermazione.
E ciò che non è immediatamente utile viene archiviato come obsoleto.

Non solo non c’è più tempo per costruire un pensiero autentico: inizia a mancare la fiducia che valga ancora la pena farlo.

E lì si apre una frattura. Invisibile, ma decisiva.

Perché nel momento in cui smettiamo di credere che le cose vadano pensate, elaborate, attraversate — e iniziamo a viverle soltanto come obiettivi da raggiungere — allora la nostra umanità si restringe.

Diventiamo interfacce: capaci di assorbire stimoli, ma sempre meno in grado di generarne di propri.

Pensare è un atto di resistenza

Il sapere si è trasformato in un contenuto da consumare, non in un linguaggio da costruire. E questo ha un prezzo altissimo: genera individui informati, ma non formati. Convinti, ma non critici. Connessi, ma non consapevoli.

Pensare è un atto di resistenza. Lo è sempre stato. Ma oggi più che mai, è un gesto rivoluzionario. Perché implica l’opposto di ciò che il nostro tempo richiede: attenzione prolungata, attesa, sospensione del giudizio.

Il pensiero vero non si accontenta della facilità: la interroga. Non cerca conferme, ma tensioni. E per questo ha bisogno di tempo. Di silenzio. Di fallimenti.

Contro la retorica della fluidità a ogni costo, forse è il momento di tornare a parlare di forma. Di scelte. Di idee che costano, ma che danno spessore.

Perché se tutto è reversibile, momentaneo, ritrattabile, allora nulla ha davvero peso.

E una vita senza peso non è una vita leggera: è una vita senza gravità. Una vita che scivola via.

Come scrive Zygmunt Bauman in Liquid Life (2005):

“In a liquid modern life there are no permanent bonds, and any that we take up for a time must be tied loosely so that they can be untied again, as quickly and as effortlessly as possible, when circumstances change – as they surely will in our liquid modern society, over and over again.”

(“Nella vita moderna liquida non esistono legami permanenti, e qualunque legame si assuma, anche solo temporaneamente, deve essere annodato con leggerezza, in modo da poter essere sciolto di nuovo, nel modo più rapido e senza sforzo possibile, quando le circostanze cambiano — come certamente accadrà, più e più volte, nella nostra società moderna liquida.”)

E se non abbiamo più tempo per pensare, come potremo mai scegliere? E se non sappiamo più stare, come potremo mai diventare?

Stare – dal latino stare, “essere fermo”, “reggersi”, “durare”.
È il verbo della permanenza. Dell’equilibrio. Della presenza.

Forse, è da lì che bisogna ricominciare.


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