Non abbiamo le basi e cerchiamo le altezze

Legami liquidi: l’epoca del “tutto e subito”

C’è una parola che aleggia nelle relazioni contemporanee più ancora del desiderio: l’urgenza. Urgenza di sentirsi visti, accolti, corrisposti.

Viviamo il legame con la stessa tensione con cui scorriamo le notizie o cambiamo serie su una piattaforma: nella ricerca spasmodica di qualcosa che funzioni, che risuoni, che ci dia la sensazione — seppur effimera — di esserci finalmente trovati.

E così amiamo in fretta. In fretta ci confidiamo, ci esponiamo, ci promettiamo. Ma ancora più in fretta ci ritraiamo. 

Relazioni amorose, amicali, familiari, professionali: tutte sembrano attraversate dalla stessa logica dell’istantaneità. 

Non sappiamo più abitare il tempo, così ne impediamo l’opera di cura, sedimentazione e trasformazione.

Oggi, tutto ciò che richiede lentezza è percepito come un ostacolo. L’attesa è diventata intollerabile, il fraintendimento non è più contemplato come fase fisiologica, ma come segnale d’allarme.

 Non c’è più spazio per la costruzione graduale: si pretende intimità al primo incontro, sintonia al primo silenzio, fiducia senza prove. Eppure, ogni relazione autentica — amore, amicizia, collaborazione — è un’opera lunga. Chiede dedizione, ascolto, tolleranza dell’ambiguità. Chiede soste. A volte, chiede perfino di attraversare la rottura per ritrovarsi.

Un tradimento, un conflitto, un disincanto: ciò che oggi decreta la fine, un tempo era occasione di svolta. Perché la verità è che un legame non si improvvisa: si costruisce. Richiede tempo, esposizione, rischio. 

La fretta, invece, ci sradica. Viviamo relazioni come scorciatoie: cerchiamo l’eco di noi stessi nell’altro, e appena non la troviamo, ci allontaniamo. 

Come se la fiducia potesse nascere per impulso, e non per sedimentazione.

Non si tollera la differenza, non si contempla il mistero. E così, pur circondati da legami, restiamo orfani di profondità.
Ci sfioriamo continuamente, ma non ci tocchiamo mai davvero.

Il tramonto della gentilezza

L’intimità –  e con essa il rispetto, la fratellanza, la gentilezza – si fonda sulla continuità, sulla presenza prolungata. Ma la nostra è una società che seleziona, non che sostiene. Che valuta, non che accompagna. Dove ogni cosa è reversibile, sostituibile, calcolabile.

La gentilezza — intesa non come cortesia formale, ma come apertura autentica all’altro — è in declino proprio perché non è immediatamente funzionale al sé. Non produce guadagni, non amplifica il prestigio, non gratifica il narcisismo. E allora viene accantonata, confusa con la debolezza, svuotata del suo valore radicale: quello di considerare l’altro come fine, non come mezzo.

Viviamo relazioni usa-e-getta, in cui si desiderano le vette dell’incontro senza aver mai calcato le fondamenta dell’empatia.

Si pretende intimità senza tempo, stabilità senza sacrificio, verità senza vulnerabilità, profondità senza attraversamento.

Viviamo relazioni usa-e-getta, in cui si desiderano le vette dell’incontro senza aver mai calcato le fondamenta dell’empatia. Si pretende stabilità senza sacrificio, verità senza vulnerabilità, profondità senza attraversamento.

La gentilezza si nutre di attesa, di ascolto, di disponibilità a non essere sempre protagonisti. È una forma di decentramento: un piccolo atto rivoluzionario in una cultura che ci ha abituati a coltivare solo ciò che torna utile, e subito.

Forse siamo diventati incapaci di abitare l’altro perché abbiamo smesso, prima ancora, di abitare davvero noi stessi.

La vita addomesticata: il trionfo del funzionare sull’essere

Sui social mettiamo in scena l’efficienza emotiva. Esporci diventa più importante che esserci. Funzionare viene prima di vivere. Così fabbrichiamo immagini di noi desiderabili, performanti, curati, eppure sempre più scollegati da chi siamo davvero.

Il successo si è ridotto a una somma di sintomi misurabili: viaggi frequenti, bellezza conforme ai canoni estetici del momento, denaro visibile (anche solo simulato), connessioni “giuste” da esibire, visibilità costante.

Eppure, più saliamo in questa gerarchia di immagini, più ci scopriamo instabili.
Perché la fame di conferme ci ha resi superficiali per necessità, e profondi per nostalgia.

La fame di conferme ci ha trasformati in creature superficiali, alla ricerca di altezze simboliche — potere, estetica, approvazione — senza alcuna base solida da cui spiccare davvero il volo.

E così, alla fine, simuliamo vite che non viviamo, e non viviamo più ciò che potremmo abitare.

Una debolezza antropologica profonda sta attraversando il nostro tempo: l’impossibilità di essere davvero singolari, perché siamo diventati tutti tragicamente simili. Non più per scelta, ma per smarrimento.

Il ritorno all’essere: ricostruire il sé oltre l’immagine

Forse non siamo diventati superficiali per scelta, ma per autodifesa.
In un mondo che premia la performance e disconosce la complessità, semplificarsi diventa una strategia di sopravvivenza. L’essere umano si ritrae, si adatta, si rifrange in un’immagine levigata, ottimizzata, conforme.

Eppure, qualcosa in noi resiste. Una nostalgia sottile — e insieme radicale — per ciò che è vero, imperfetto, non performante.
La riconosciamo nelle relazioni che non ci chiedono di brillare, ma di esserci. Nei silenzi che non giudicano. Nella possibilità, sempre più rara ma profondamente liberante, di poter dire: «oggi non ce la faccio» senza temere di perdere valore.

Ricostruire il sé autentico non significa rinunciare all’immagine, ma imparare ad abitarla con consapevolezza.
Significa riconoscere che la vulnerabilità non è l’opposto della forza, ma una sua forma più profonda, più umana.
Significa riscoprire che la lentezza non è rinuncia o disimpegno, ma capacità di dare radici al desiderio, di restituire spessore al tempo vissuto.

Cosa significa “abitare” l’immagine?

“Abitare” l’immagine significa non farla diventare una maschera. Significa riconoscere che mostrare e essere non devono per forza essere in conflitto.
Possiamo essere visibili, sì, ma senza dover cancellare le nostre fragilità.

Essere autentici non significa esporsi sempre o mostrarsi nudi. Significa sentire che la nostra immagine ci assomiglia, che non tradisce chi siamo.
È come indossare un abito che ci sta bene non perché è perfetto, ma perché è il nostro. Anche se stropicciato. Anche se non di moda.

Credo che sia questo il vero coraggio oggi: permetterci di essere reali, anche quando non siamo “ottimali”.
Capire che la lentezza non è debolezza, ma il tempo necessario per dare radici a ciò che sentiamo.
Che la vulnerabilità non è il contrario della forza, ma la sua forma più profonda. Quella che non ha bisogno di difendersi continuamente.

In un mondo che ci chiede di essere sempre visibili, veloci, vincenti, tornare a essere presenti, umani, veri, è già un atto rivoluzionario.

Finale aperto

Un legame non è mai solo sentimento: è durata, memoria, resistenza. È ciò che resta quando la passione rallenta e lo slancio si confronta con la realtà.

Ma chi ha ancora la pazienza per attendere l’evoluzione naturale di una relazione? Chi è disposto a restare, anche quando l’altro delude, si espone, cambia?

Siamo così affannati a cercare l’effetto, che abbiamo smarrito il senso della causa. Eppure non esiste amore, né amicizia, né stima, che non passi per la fatica della costruzione.

Continuiamo a cercare l’intensità senza attraversare la profondità.
Ma nulla che valga davvero nasce di colpo. Nulla che duri si forma in superficie.

E se avessimo perduto l’arte di costruire, solo perché temiamo non vedere subito il risultato?

E se la profondità ci facesse paura perché abbiamo smarrito gli strumenti per attraversarla?

Grazie

Con questo articolo si chiude la prima stagione di Sincerely, Altea.
È stato un viaggio intenso e inquieto, sorprendente e profondo. Abitato da parole, pause, domande.

A chi ha letto con attenzione, a chi ha dialogato in silenzio, a chi ha portato con sé anche solo un verso: la mia gratitudine è piena.

Tornerò, con una forma nuova e la stessa voce. Con nuove proposte e nuove direzioni da esplorare, ma sempre con la stessa cura.

Nel frattempo, custodite le domande. Proteggete la complessità. Non abbiate paura della sosta.

To be continued.

– Sincerely, sempre.


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