Il Matrimonio. La cornice perfetta di un quadro già dipinto (?)

Nella grammatica del greco antico esisteva una categoria oggi dimenticata: il duale. Una forma verbale e nominale creata per designare ciò che non era né singolare né plurale, ma due soltanto, fusi in un’unità inscindibile. Un numero speciale per indicare coppie indissolubili: due mani, due occhi, due amanti.

Aristotele lo aveva già intuito senza grammatica: «L’amore è un’anima che abita in due corpi».

Ogni martedì sera, per otto settimane, io e la mia dolce metà abbiamo seguito un corso prematrimoniale in vista del matrimonio in chiesa. 

Otto ore soporifere di consigli retorici. Così pensavamo sarebbe stato. E invece, l’esperienza si rivelò inaspettatamente avvincente.

Il sacerdote ci divise in piccoli gruppi e ci invitò a discutere senza filtri: cosa significa davvero stare in coppia nel 2025?

Poi uscì dalla stanza, che da quel momento si trasformò in un laboratorio di verità: ogni parola esplodeva come un colpo secco, senza filtri, come se avessimo bevuto un siero che scioglie reticenze e aspettassimo quel momento da tutta la vita. 

Seduti a ferro di cavallo, occhi negli occhi, cercavamo un alleato nell’imbarazzo o un complice nell’audacia. Poi, uno dopo l’altro, dal più timido al più disinvolto, cominciammo a parlare: cos’è davvero il Matrimonio? Come vive oggi una coppia giovane nel 2025, e quanto è capace di durare nel tempo?

La risposta che emerse fu sorprendentemente unanime: già eravamo, in gran parte, “sposati” nel quotidiano.

“Non è un anello o la firma su un documento a fare di noi complici, amanti, amici fraterni. È la vita insieme che ci definisce.”

La convivenza, pur senza vincoli legali, ci aveva già resi firmatari di un patto implicito: fiducia, rispetto e sostegno reciproco.

Molti convennero che vivere insieme, affrontando quotidianamente gioie e ostacoli, è l’unico vero termometro della salute di una coppia. Non garantisce l’immunità dai tradimenti, certo, ma consente di avventurarsi nel matrimonio con una conoscenza di sé e dell’Altro più solida e consapevole.

Ognuno di noi ha imparato a confrontarsi con gli errori e le capacità dell’Altro, accettandoli entrambi. Ha riconosciuto limiti e inclinazioni, le ha rispettate, e nonostante tutto, desidera ancora sposarlo.

Eppure, nessun legame è privo di insidie. È inevitabile arrivare al tema del divorzio e chiedersi: qual è, o può essere, il “punto di non ritorno”?

Dall’ascolto di esperienze diverse, abbiamo concordato che ciò che più corrode una coppia non è un singolo gesto, ma l’assenza di comunicazione, l’erosione lenta del dialogo. Senza parole, ogni perdita diventa irreparabile, e ogni tentativo di ricostruire la fiducia appare vano.

La maggioranza ha indicato un’unica prevenzione: un lavoro quotidiano, faticoso ma necessario, fatto di volontà di dialogo e di presenza autentica.

Trasferire all’Altro le proprie vulnerabilità, le proprie paure, non ci rende deboli: ci realizza come individui capaci di vivere nella verità e, al contempo, ci conferisce un potere unico agli occhi dell’Altro.

Raccontare i propri abissi richiede coraggio e una solida consapevolezza di sé.

È proprio in questo gesto che si aprono infinite possibilità d’azione: possibilità che la chiusura nell’egoismo o nella gabbia della finzione ci avrebbe negato.

Infine, ci siamo chiesti fino a che punto sia possibile perdonare e tollerare un torto subito. Abbiamo convenuto all’unanimità: ogni giudizio deve considerare il contesto in cui il torto si è verificato.

Prendiamo, per esempio, un tradimento fisico. Non basta la mera infedeltà: occorre capire le modalità, la durata, le intenzioni. Alcuni adulteri agiscono per alimentare il proprio ego o il bisogno narcisistico di essere desiderati; altri cercano nel tradimento una via di fuga da una realtà coniugale che, inevitabilmente, riflette le loro fragilità individuali, impedendo di stare pienamente con l’Altro e sostenerlo.

Da qui emerge una cura preventiva fondamentale: non trascurare il proprio benessere, le proprie aspirazioni, la propria libertà. Solo coltivando se stessi si può mantenere viva e sana la relazione con l’Altro.

Esiste, in verità, un modo sano di fare egoismo: consiste nella faticosa e rara capacità di dialogare con sé stessi prima ancora che con l’Altro.

Allenandoci a chiederci, con regolarità, dove siamo e dove stiamo andando, rinunciando al privilegio (spesso sopravvalutato) di credere di saperlo già, impariamo a custodire la nostra libertà. Eppure, in questo spazio di autonomia, si annida il paradosso: più ci prendiamo cura di noi, più diventiamo capaci di amare, ma anche più ci rendiamo vulnerabili alla delusione, alla frizione inevitabile tra il nostro desiderio di autenticità e l’imperfezione dell’Altro.

Perché, se cade l’uno, non può esistere l’Altro. Quell’Unità indissolubile che gli antichi greci chiamavano duale non è romantica consolazione: è sfida, rischio, scommessa quotidiana. Ma chi ci assicura che regga? Chi dice che il nodo non possa disfarsi proprio quando crediamo di essere invincibili?

E allora, domandiamocelo senza filtri: siamo davvero pronti a sposare un’idea che ci può trasformare, o smarrire? Siamo pronti a un legame che chiede libertà e coraggio in egual misura, sapendo che l’amore più autentico potrebbe essere proprio quello che non sappiamo se riusciremo a conservare?

O forse, alla fine, il matrimonio non è altro che l’audace tentativo di sfidare l’imprevedibile, con la vana illusione che qualcuno, dall’altra parte, stia giocando secondo le stesse regole?


Per ricevere le prossime puntate di Sincerely, Altea, iscriviti qui:

Subscribe to get the latest posts sent to your email.

Discover more from Sincerely, Altea

Subscribe now to keep reading and get access to the full archive.

Continue reading