Vite da esibire. Quando l’immagine conta più dell’esistenza

Narrazione o esistenza?

Sempre più spesso preferiamo la prima

Cari lettori, capita che l’agenda di questa rubrica debba cedere il passo all’ispirazione: oggi sospendo il tema inizialmente previsto per lasciar spazio a un’urgenza inattesa. 

Domenica scorsa, una scena solo in apparenza banale mi ha spinto a riflettere su un nodo cruciale del nostro tempo: il confine sottile – e sempre più fragile – tra ciò che siamo e ciò che raccontiamo di essere.

Tutto nasce da una scena ordinaria, vissuta in una tranquilla domenica mattina. Una scena semplice, eppure rivelatrice della tensione profonda che abita il nostro tempo: il divario sempre più netto tra narrazione ed esistenza.

Passeggiavo senza meta quando, per caso, ho scoperto una nuova caffetteria. Luminosa, elegante, animata da ragazzi sorridenti. La coda era lunga, e nell’attesa mi sono abbandonata a uno dei miei passatempi preferiti: osservare.

È stata una giovane donna a catturare la mia attenzione. Indossava abiti sgargianti, quasi teatrali per l’ora e il luogo. Fotografava con cura ossessiva la sua nuova borsa: una mini Hermès bordeaux. L’aveva sistemata su una mensola come fosse un’icona sacra, la rigirava sotto la luce cercando l’angolatura perfetta, lo scatto definitivo.

Una scena ormai ordinaria, direte. Se non fosse che, poco dopo, entrò un’altra ragazza, probabilmente un’amica.

«Ehi, ciao! Che sorpresa vederti qui!»

«In realtà non sono qui per il caffè» replicò la prima, ridendo. «Sono venuta a fare qualche foto al mio nuovo acquisto. Questo posto spopola su Instagram: lo scorso weekend ci è passata persino Deborah. Così mi sono detta: ci vado anch’io, taggo la posizione e via. Anche se la metro mi costa più della brioche!»

Mi aspettavo almeno un sopracciglio inarcato, un lampo di perplessità. E invece no: l’amica non solo accolse il piano, ma lo perfezionò.

«Aspetta a scattare. Ordiniamo un matcha latte: in foto rende meglio.»

«Ma a me il matcha fa schifo.»

«Anche a me. Lo prendiamo, facciamo le foto e poi lo lasciamo lì.»

Risero insieme, fragorosamente. 

Io, in coda, rimasi a fissarle con un misto di incredulità e smarrimento.

Poi, la conversazione si fece ancora più surreale:
«Non ricordo, abiti da queste parti?» chiese l’amica.
«Magari! Vivo dall’altra parte della città. Ma questo i miei follower non lo devono sapere.»
«Tranquilla, tesoro. Zip it! (“Bocca chiusa!”)»

Un’altra risata complice, ancora più fragorosa.

Io, invece, mi sentii scivolare in un abisso di domande.

Il corto circuito

In quel momento mi fu chiaro: non erano lì per vivere un’esperienza, ma per metterla in scena

La caffetteria era il loro palcoscenico; il tempo, nella loro dimensione digitale, un flusso inconsistente; il matcha latte, ridotto a mero oggetto scenico, non un piacere da gustare. Tutto era coreografia.

La vita reale veniva piegata a una narrazione artificiale: non conta chi sei, ma ciò che riesci a far credere di essere. 

Nel caso della giovane dall’outfit variopinto, lo scopo era evidente: convincere la propria comunità virtuale di condurre una vita agiata, fortunata e stilosa. Di essere “tipa da matcha latte”, con una Hermès al braccio come certificato simbolico di appartenenza a un’élite desiderata.

La scelta di apparire anziché essere non solo si imponeva come logica dominante, ma diventava addirittura motivo di complicità e di gioia condivisa. Un rituale sociale, in cui il reale viene sistematicamente riplasmato per soddisfare la macchina dell’algoritmo, non per nutrire chi lo vive. 

Ed ecco la distorsione più inquietante: non viviamo più i luoghi, li usiamo come sfondi. Non scegliamo più un caffè, scegliamo un contenuto. Non cerchiamo esperienze, ma materiali da esibire.

E noi?

La tentazione è credere che riguardi sempre “gli altri”. Ma, se siamo onesti, chi non ha mai preferito la narrazione alla vita vera?

Chi non ha mai avvertito il brivido – o la tentazione – di costruire un’immagine di sé più patinata, più attraente, più vendibile della realtà?

Siamo diventati così proni a dimostrare agli altri chi siamo e quanto valiamo, da dimenticare come esserlo davvero. Ci convinciamo di essere persone capaci, realizzate, di successo, mentre non abbiamo ancora imparato a sostenerlo con i fatti. 

Nel frattempo, le identità si appiattiscono, ridotte a una manciata di pose e hashtag replicabili all’infinito.

E tutto questo attraverso un’arma semplice e potentissima: lo smartphone. Uno strumento che parla direttamente alle nostre fragilità, che accarezza le nostre insicurezze più intime e le trasforma in merce di scambio. Ci seduce con un inganno sottile: basta un telefono per definirsi, quando per costruire davvero un sé servono sacrificio, cadute, inciampi, la fatica dell’attesa.

La domanda allora è inevitabile: sappiamo ancora sopportare quella fatica? Oppure preferiamo rifugiarci nell’immagine lucidata e rassicurante che proiettiamo al di fuori, anche se non ci appartiene davvero?

Il culto dell’apparenza

Talmente ci affanniamo a diventare esperti di cura della superficie –  quale angolatura scegliere, quale luce prediligere – che ci stiamo disabituando all’esperienza. Abbiamo smarrito la grammatica elementare del vivere: conoscere una persona, attraversare un’attesa, vincere una fatica, costruire una relazione. Con noi stessi, con l’altro.

Ecco la chiave: se posso dimostrare ciò che sono attraverso una galleria di immagini, se posso consegnare al mondo l’immagine che desidero di me, allora non ho più bisogno di esserlo davvero. Posso rinunciare al faticoso lavoro della realizzazione, sostituendolo con la sua copia digitale.

La giovane donna con la Hermès non era interessata a come avrebbe speso il suo tempo quella domenica. Il suo unico obiettivo era produrre contenuti coerenti con la narrazione che aveva costruito di sé. Neppure le importava recuperare il rapporto con la presunta amica – che, a giudicare dal loro saluto, non vedeva da molto.

Se ne andarono poco dopo, soddisfatte. Il servizio fotografico era completo, il rituale compiuto. Nessun aggiornamento, nessun vero scambio. Solo pose, scatti e una complicità fondata sull’apparenza.

E io? E noi?

Se ciò che non siamo tendiamo a negarlo, e ciò che siamo tendiamo a mistificarlo, che cosa resta davvero della nostra identità?

Possiamo ingannare l’algoritmo, non noi stessi

Viviamo sempre più di narrazione, sempre meno di esistenza.

Il rischio non è soltanto l’effimero: è confondere ciò che accade davvero con ciò che raccontiamo. 

Abitiamo uno spazio-tempo che dovrebbe trasformarci, ma riversiamo energie e desideri in una dimensione parallela dove il tempo si annulla, i luoghi si consumano in uno scatto, e la memoria si dissolve prima ancora di formarsi.

In quel mondo la fatica non serve, il legame è sopravvalutato, l’empatia un optional. Si vive solo per l’obiettivo, solo per un ritorno immediato. Il resto non conta.

Così non sorprende se il tessuto delle relazioni si lacera, se i bambini crescono ipnotizzati dagli schermi, se gli adolescenti – ancora in cerca di sé – preferiscono incarnare icone inesistenti piuttosto che interrogarsi su chi siano davvero.


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