La gelosia del bene

La testimonianza

“Quando sono riuscita a lasciarmi alle spalle il timore del cambiamento e la paura di fallire, e mi sono convinta a lanciare la mia prima attività indipendente – un negozio online – mi sono accorta, con non poca sorpresa, di quanto fosse debole il supporto, la solidarietà e la vicinanza delle persone a me più care.

Mentre conoscenti e perfetti sconosciuti mi trasmettevano sostegno e persino affetto, inviandomi messaggi di incoraggiamento, da parte di familiari e amici ricevevo, al contrario, forme di resistenza. 

Sminuivano la forza del mio progetto: “Ma di cosa si tratta esattamente? È online, sarà una bufala.”
Mi invitavano a desistere dall’impresa, improvvisandosi esperti di marketing e dispensando finti consigli amichevoli: “Ne ho visti tanti aprire e chiudere dopo poco. Il mercato è saturo, non farti troppe illusioni.”

Altre volte, invece, restavano nell’indifferenza, e il loro silenzio contava più di mille parole.

Sento il bisogno di raccontare a qualcuno la frustrazione – e ancor più la solitudine – che ho avvertito in quei mesi, così inediti per me e insieme sfidanti.
Eppure, mai nella vita mi sono sentita così forte e determinata.

La mia attività ha funzionato e oggi, dopo quattro anni di impegno, tenacia e lavoro costante, si è affermata come una realtà fiorente. 

Ma più il mio progetto prendeva corpo e sostanza, più si allargava il vuoto attorno a me, proprio da parte delle persone che consideravo più care.

Posso dire, forse per la prima volta, di essere orgogliosa di me stessa: di non aver rinunciato a una mia ambizione per l’influenza altrui – di chi dovrebbe sostenerti a prescindere e invece si rivela incapace di restare dentro il successo dell’altro.

Se avessi desistito, non avrei mai scoperto la mia resilienza, la mia forza nel cambiamento.
Un cambiamento che non ha solo trasformato la mia prospettiva di vita, ma ha anche compiuto – al mio posto – una selezione naturale e silenziosa: ha lasciato indietro i critici, i malelingue, gli assenti, e ha fatto emergere chi mi ama davvero, non solo quando inciampo, ma anche quando spicco il volo.”

La replica di Altea

La riflessione che emerge da questa testimonianza tocca un nervo profondo della nostra epoca: siamo pronti a consolare, ma raramente capaci di celebrare.

Viviamo in una cultura dell’empatia selettiva, dove il dolore altrui è accettato come spazio di identificazione, mentre la felicità diventa terreno di confronto e sospetto.

Eppure, la vera prova della maturità emotiva non sta solo nel condividere le ferite, ma nel saper reggere la luce dell’altro senza sentirla come minaccia.

Forse è da qui che può ripartire un nuovo alfabetismo dell’empatia: quello che insegna non solo a sostenere chi cade, ma anche a festeggiare chi si rialza.

La sindrome di Giobbe al contrario

Perché la felicità dell’altro ci mette così a disagio?
Forse perché ci costringe a uno specchio troppo limpido: non quello del fallimento, ma del potenziale inespresso.

Quando qualcuno vicino a noi realizza un sogno, intraprende un cambiamento o conquista un equilibrio, non ci troviamo davanti alla sua fortuna, ma alla nostra mancanza di movimento.

È qui che nasce quella che potremmo chiamare la sindrome di Giobbe al contrario – Giobbe, l’uomo che perse tutto e trovò compassione, ma che, una volta benedetto di nuovo, incontrò sospetto e distanza.
Amiamo chi cade perché ci rassicura; fatichiamo, invece, a restare accanto a chi si rialza, perché la sua ascesa ci chiede di interrogarci su noi stessi.

Viviamo in una cultura che ha fatto della vulnerabilità un linguaggio collettivo, ma non ha ancora imparato a celebrare la gioia altrui senza leggerla come provocazione.
Ci sentiamo empatici quando l’altro soffre, ma competitivi quando l’altro fiorisce.

Eppure, la vera empatia non è solo consolazione: è presenza anche nella luce.

Perché non riusciamo a reggere la gioia di chi amiamo?
Temiamo che la felicità altrui ci riduca, ci lasci indietro, ci condanni a un confronto che non abbiamo chiesto.

Ma davvero la felicità è una risorsa finita, da spartire come un bene scarso? 

E se invece fosse un contagio possibile – una forma di energia che si moltiplica solo quando la si riconosce anche fuori di sé?

Forse dovremmo imparare un nuovo alfabeto dell’empatia, in cui il verbo rallegrarsi torni ad avere dignità etica.
Perché sostenere qualcuno nella sua caduta è umano, ma saper restare accanto a chi vola è raro – e quindi straordinariamente evoluto.

Apriamo il confronto

Perché il bene dell’altro ci sembra, a volte, una misura del nostro fallimento?

Ci hanno insegnato a consolare, ma ci hanno mai insegnato a celebrare?

Quanto della nostra (in)capacità a stare nella gioia dell’altro dipende dall’educazione emotiva ricevuta – familiare, culturale, sociale?

In questo Salotto non ci sono giudizi, solo verità da condividere. 

Scrivetemi a sincerelyaltea@gmail.com

Qui le vostre parole possono diventare luce, voce, testimonianza capace di aprire nuove possibilità.

Perché nessuno dovrebbe restare spettatore della propria esistenza.


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