Amore ai tempi dell’algoritmo. Cosa resta del sentimento nell’era della performance?

In un tempo in cui un’emoticon sostituisce la capacità di dire sentimento, che cosa sappiamo noi di Amore?
Oggi si dice amore miliardi di volte, si parla dell’amore degli altri, lo si espone, lo si decora, lo si monetizza.
Ma quanto siamo ancora capaci di esprimerlo, tradurlo in intenti, maneggiarlo, compierlo?
Abbiamo trasformato il sentimento in format, il legame in vetrina: l’amore come oggetto replicabile, addomesticato per l’algoritmo, sterilizzato per non ferire, svuotato per poter piacere a tutti.

IIl bacio, Gustav Klimt (1907)
L’amore come estasi dorata, abbandono e fusione: il desiderio trasfigurato in icona.

I. L’amore non basta più: deve performare

“L’amour, c’est tout ce qu’on peut encore trahir. L’amour, c’est tout ce qu’on peut encore détruire.” (“L’amore è tutto ciò che possiamo ancora tradire. L’amore è tutto ciò che possiamo ancora distruggere.”)
Marguerite Duras, L’amant (1984)

Les Amants (Gli amanti), René Magritte (1928) L’amore come enigma, contatto negato, mistero che resiste all’evidenza.

Mi piacerebbe chiedere oggi a un adolescente che cosa sia, per lui, Amore. Non in senso romantico, ma antropologico: quale forma assume, nel nostro tempo, un sentimento che non conosce misura, né ordine, né definizione?

La Generazione Z – la più addomesticata alla realtà virtuale – è cresciuta dentro una grammatica affettiva fatta di immagini, emoji, like.
Come potrebbe raccontare qualcosa che nasce dal silenzio, se ogni emozione è ormai tradotta in un post, filtrata da un algoritmo, compressa in un codice visivo universale e, per questo, priva di intimità?

Saprebbe ancora descrivere l’amore come esperienza privata, fragile, irripetibile, o lo intenderebbe come strumento di legittimazione sociale, fonte di consenso e narrazione identitaria?

Osservando le tendenze dominanti, la risposta sembra già scritta:
l’amore è diventato una forma di spettacolarizzazione del privato.
Un sentimento esibito, condiviso, calibrato per generare reazioni.
Se non emoziona il pubblico, smette di contare.

È il tempo dell’amore-brand, dove coppie, gesti, anniversari e promesse si trasformano in contenuti monetizzabili, in scenografie di autenticità.
E così, quando il sentimento perde la sua gratuità, smette di essere amore: diventa racconto, marketing, coreografia.

“Love is not love which alters when it alteration finds.”
(“Amore non è amore se muta quando trova mutamenti.”)
— William ShakespeareSonetto 116

William Dyce, Francesca da Rimini (1837)
L’amore come condanna e salvezza insieme: un sentimento che arde oltre la colpa.

II. L’alfabeto digitale dei sentimenti

Abbiamo smesso di scrivere lettere d’amore, ma non di rimpiangerle.
Oggi il sentimento si traduce in codice breve: una notifica, un cuore inviato di fretta, un messaggio lasciato in sospeso.
La parola cede il posto al simbolo, e il linguaggio – da ponte tra due intimità – diventa protocollo universale di riconoscimento.

Nella cultura dell’algoritmo, l’emozione privata diventa dato pubblico: misurabile, archiviabile, replicabile.
La reciprocità, un tempo atto invisibile, coincide oggi con la sua rappresentazione.
Il sentimento, spogliato del suo mistero, si fa superficie.
E la superficie, se ben costruita, può generare consenso, approvazione, valore sociale.

L’amore performativo non chiede più di essere vissuto, ma documentato.
Conta meno la profondità del legame, più la coerenza narrativa della coppia che lo racconta.

“L’amour est un langage déjà parlé, et pourtant toujours en perte.”
(“L’amore è un linguaggio già parlato, eppure sempre in perdita.”)
Roland Barthes, Fragments d’un discours amoureux

Il bacio, Francesco Hayez (1859)
L’amore come atto di coraggio: la passione che sfida il tempo e la storia.

Ⅲ. L’amore condiviso: quando il sentimento smette di appartenere a chi lo vive

Un tempo, l’amore era una lingua parlata in due: un territorio privato, con le sue regole, i suoi silenzi, la sua grammatica segreta.
Oggi quella lingua è diventata dialetto collettivo – aperto, pubblico, destinato all’ascolto di tutti.

Non basta più amarsi: bisogna mostrarlo.
Non conta più ciò che si sente, ma ciò che si dichiara di sentire.
Così, per valere, l’amore deve essere riconosciuto, validato, certificato dallo sguardo altrui.

Un prodotto che vive di interazione, alimentato dall’attenzione esterna.
Più che vissuto, è partecipato: un racconto condiviso da una folla silenziosa di spettatori che ne valuta la coerenza, la bellezza, la durata.

Ogni gesto d’affetto diventa atto pubblico; ogni coppia, un micro-brand narrativo che funziona solo finché interessa.
Ma questa esposizione ha un prezzo: nel momento in cui l’amore diventa anche degli altri, smette di appartenere a chi lo vive.
Ciò che era nostro – parole, promesse, gesti – si fa contenuto.

L’amore non si estingue per mancanza di sentimento, ma per eccesso di esposizione.
Perché nulla di ciò che è continuamente mostrato può restare sacro.

“Je suis à toi comme le monde est au vent.”
(“Io sono tua come il mondo è del vento.”)
Paul Éluard

Via col vento, 1939 — Rossella O’Hara e Rhett Butler
L’amore come teatro, orgoglio e resa,

nel più spettacolare degli addii.

IV. Il lessico dell’amore: la parola più inflazionata del nostro tempo

“We are all born for love. It is the principle of existence, and its only end.” (“Siamo tutti nati per l’amore. È il principio dell’esistenza e il suo unico fine.”)
Benjamin Disraeli

Antonio Canova, “Amore e Psiche” (1787)
L’amore come risveglio dell’anima: il momento sospeso tra morte e resurrezione del sentimento.

Si dice “amore” come si dice “buongiorno”: con automatismo, senza stupore.
È diventata parola che precede il sentimento, non che lo segue. Un gesto di cortesia emotiva più che un atto di verità.

Oggi “amore” è ovunque: nei post, nei messaggi, nei commenti. E proprio per questo non pesa più.

Abbiamo imparato a dirlo, ma non a sostenerlo.
Lo pronunciamo non per ciò che significa, ma per ciò che rappresenta: un segnale d’appartenenza, una prova d’esistenza.

Così il linguaggio dell’amore si è impoverito: ridotto a emoji, slogan, gesto performativo.
Ciò che era sacro – la promessa, la vulnerabilità, la dedizione – si è fatto replicabile, monetizzabile, condivisibile.

Marina Abramović e Ulay — quando l’amore diventa atto estremo.

V. Amare, oggi, è un atto sovversivo

Forse l’amore non è morto. È solo diventato timido, costretto a competere con l’algoritmo, a sopravvivere nel rumore di fondo di una società che comunica senza più comunicare.
Ciò che un tempo era attesa, oggi è notifica. Ciò che era sguardo, è diventato schermo.
Abbiamo trasformato il sentimento in un flusso programmabile, in un gesto da ottimizzare, in una promessa con scadenza. L’amore, ridotto a racconto, è diventato esercizio di visibilità più che di verità.

Eppure, nell’era della connessione perpetua, restare davvero connessi è la cosa più difficile di tutte.
Viviamo immersi in un tempo che celebra la velocità e disprezza la profondità. Che misura il valore delle relazioni in termini di reazioni.
Abbiamo smarrito l’arte della pazienza, l’etica dell’attesa, la grammatica del silenzio.

Non sappiamo più abitare l’altro, se non come estensione del nostro bisogno di essere visti.

In questo scenario, forse amare – davvero, nella sua accezione più antica e integrale – è diventato un atto di resistenza culturale.
Amare significa sottrarsi all’accelerazione, rifiutare la logica della prestazione, recuperare la lentezza come forma di presenza.
Significa scegliere di guardare invece di scorrere, di sostare invece di aggiornare, di sentire invece di registrare.
È un gesto radicale, perché implica vulnerabilità, e la vulnerabilità oggi è la più temuta delle debolezze.

L’amore, inteso come attenzione, come cura, come tempo dedicato all’altro, rappresenta forse l’ultima forma di sovversione possibile contro l’indifferenza globale.
Non è nostalgia: è resistenza.
Resistenza alla superficialità, alla distrazione sistemica, alla leggerezza come valore di scambio.

Via col vento, 1939 — Rossella O’Hara e Rhett Butler L’amore come conflitto e sopravvivenza: Rossella e Rhett, due orgogli che si amano solo nella distanza.

Apriamo il confronto:

Siamo ancora capaci di amare, o soltanto di aggiornare lo stato sentimentale?

L’amore ci commuove ancora, o lo amiamo solo finché genera engagement?

E soprattutto: che cosa resta, oggi, del mistero più sublime dell’esistenza – quando anche il sentimento deve farsi contenuto per poter esistere?


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