“Te lo dico ad alta voce: esisto anch’io.” Quando l’empatia diventa unidirezionale

Perché pretendiamo comprensione da chi non condivide la nostra esperienza, ma offriamo così poca attenzione alla sua?
Dove nasce questa asimmetria? E soprattutto: chi la giustifica?

Gentle Readers, Lovely Community: ben ritrovati!

Il Salotto di confronto di questa settimana nasce dall’invito di una lettrice a esplorare ciò che non si dice: la fragile negoziazione tra nuove identità, affetti che cambiano forma, e il coraggio di chiedersi se il rapporto a due debba davvero piegarsi a una sola vita che cambia.

Una conversazione onesta, tagliente, necessaria.
A voce alta, finalmente.

Empatia. Etimologia di una parola che abbiamo smesso di ascoltare

La parola empatia affonda le sue radici nel greco empátheia, composto da en (“dentro”) e pathos (“sentimento”, “affezione”, “ciò che si prova”).
Originariamente indicava la capacità – o meglio, la disposizione – a entrare nel mondo emotivo dell’altro, a sentirne dall’interno bisogni, fragilità, movimenti invisibili.

Non riguarda la semplice comprensione razionale, né la compassione dall’alto. L’empatia è un attraversamento: un gesto di presenza che riconosce l’altro come soggetto, non come accessorio della propria storia.

Ricordarne l’origine significa ricordarne il senso: una disposizione che nasce dall’ascolto autentico dell’altro.
Un movimento che, idealmente, trova la sua forza proprio quando riesce a procedere in entrambe le direzioni.

La testimonianza

“Cara Altea, ti scrivo perché da tempo mi porto dentro una riflessione che non trova quasi mai spazio nei discorsi pubblici, e che invece è molto più diffusa di quanto si dica. Ho 39 anni, sono sposata, senza figli. Non per rinuncia dolorosa né per mancanza: semplicemente, nella mia vita e in quella di mio marito non sono mai stati una priorità. Noi viviamo bene così, con i nostri progetti, i giorni pieni di studio, lavoro e curiosità.

Il punto è un altro: cosa succede nelle relazioni quando le persone intorno a te hanno un figlio e tu no?
Niente di drammatico, in apparenza. Ma col tempo ho iniziato a percepire piccole crepe: conversazioni che si restringono, interessi che diventano unidirezionali, un’aspettativa quasi automatica che io “comprenda”, anche quando la stessa comprensione non torna mai indietro.

Mi trovo spesso a muovermi in uno spazio ambiguo: troppo “libera” per essere compresa da chi vive immerso nella routine dei figli, e allo stesso tempo vista come manchevole, incompleta, o semplicemente “non allineata”. Come se l’essere madre desse una sorta di precedenza morale per qualsiasi cosa, anche per non vedere più davvero chi hai di fronte.

Eppure io non provo invidia, né giudizio: solo il desiderio di continuare a esistere come persona intera nelle mie relazioni.
Per questo ti scrivo. Perché penso che la tua rubrica potrebbe dare voce a un tema che molti vivono, ma che nessuno nomina: le dinamiche, sottili e spesso unilaterali, tra chi diventa genitore e chi no.

Credo sarebbe liberatorio – e forse utile per tutti – parlarne con onestà.”

La replica di Altea

Carissima, la tua testimonianza è preziosa, poiché ci offre l’occasione di sciogliere un nodo che la nostra società preferisce lasciare nell’ombra: la genitorialità come dispositivo culturale, più che come semplice condizione personale.
Non stiamo parlando solo di relazioni modificate, ma di una redistribuzione silenziosa – e profondamente gerarchica – dei ruoli sociali. Il tuo racconto diventa allora la soglia d’ingresso a un fenomeno più vasto: la trasformazione del modo in cui percepiamo valore, tempo e legittimità nelle relazioni umane quando entra in scena un bambino.

Nella cultura contemporanea, infatti, la genitorialità funziona come un upgrade identitario automatico. Un passaggio di status: chi ha figli occupa il piano alto del discorso sociale, chi non li ha rimane al livello “base”. È una logica implicita che nessuno dichiara, ma tutti interiorizzano.
A tal punto da generare un automatismo di deferenza: il genitore parla, e gli altri ascoltano; il genitore si lamenta, e gli altri comprendono; il genitore si assenta, e gli altri giustificano. Il suo tempo appare più prezioso, la sua esperienza più autentica, la sua storia più reale.

Questa dinamica produce aspettative unilaterali d’empatia: tu devi capire la stanchezza, la priorità del bambino, il caos domestico, la scarsa disponibilità emotiva. Ma il contrario?
La comprensione raramente torna indietro. Non per mancanza di cuore: per mancanza di introspezione. Perché la nuova identità genitoriale, culturalmente sacralizzata, si espande come un totem e occupa tutto lo spazio psichico e relazionale disponibile.

Assistiamo così a una ridefinizione non negoziata dei rapporti:
i temi della conversazione si restringono; gli inviti sociali si trasformano automaticamente in battesimi, compleanni e feste scolastiche; la persona senza figli viene coinvolta come fosse parte di una liturgia che non ha scelto.

Apriamo il confronto

In questo Salotto non ci sono giudizi, solo verità da condividere. 

**Ogni articolo è realizzato garantendo l’anonimato del mittente, e nel pieno rispetto della sua volontà e sensibilità.

Se hai a cuore un’idea o una riflessione che desideri condividere, puoi scrivermi a:

Qui le vostre parole possono diventare luce, voce, testimonianza capace di aprire nuove possibilità.

Perché nessuno dovrebbe restare spettatore della propria esistenza.


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