“Be selfish.” Tira una nuova aria in città. Storie vere di egoismo urbano che abbiamo trasformato in superpotere

Nel lessico contemporaneo, la parola “egoismo” scivola tra polarità opposte. È condanna morale e insieme slogan motivazionale. È il difetto che imputiamo agli altri e il diritto che rivendichiamo per noi stessi. In questo cortocircuito semantico c’è tutta l’ambivalenza della nostra epoca.

L’etimologia, come spesso accade, illumina la questione: egoismus deriva dal latino ego, “io”, e designa la centralità dell’individuo come principio di orientamento del comportamento. Ma cosa accade quando l’“io” non è più soltanto un centro, bensì una misura assoluta? Quando non delimita un’identità, ma pretende di essere un criterio universale?

Nella cultura attuale l’essere selfish è diventato una condizione sfumata. Da un lato lo stigmatizziamo come inclinazione moralmente riprovevole; dall’altro lo celebriamo come requisito indispensabile per l’autorealizzazione. L’individualismo si è trasformato in valore normativo, un imperativo.

Costruire sé stessi prima – e talvolta contro – gli altri.

In questo numero indago l’egoismo non come vizio o virtù assoluta, ma come dispositivo culturale: una risorsa quando sostiene consapevolezza, autodeterminazione e la protezione dei propri confini; una deriva corrosiva quando diventa principio totalizzante, alimentando logiche competitive che consumano la tolleranza, la reciprocità, il senso di collettività.

È tutta colpa della crema di pomodoro. E di una donna al telefono

C’è un gesto che faccio spesso, senza pensarci: alzo lo sguardo.
Lo faccio per osservare il mondo, ma anche per misurarne la temperatura emotiva.
Negli ultimi tempi mi sembra cambiata.
Tira un’aria nuova in città: più tesa, più impaziente, più inclinata verso l’“io” che verso il “noi”.

Qualche giorno fa, nel ristorante del workspace dove spesso mi reco per scrivere, ho notato un nuovo cartello appeso sul bancone del bar:
Please be kind to our staff.” (“Per favore, sii gentile verso il personale.”)
L’ho letto una volta, poi una seconda. Non mi ha sorpresa. Era soltanto la versione stampata di ciò che, da tempo, avevo visto accadere lì dentro.

La scena più emblematica è avvenuta in un giovedì qualunque.

Ero seduta alla mia scrivania abituale, immersa nelle parole e nel consueto sottofondo di passi e tastiere, quando l’uomo accanto a me – sui quarant’anni, abito blu, il portamento di chi vive secondo un’agenda ferrea – ha ordinato un roll di pollo e verdure. 

La cameriera – una ragazza dal sorriso timido – gliel’ha portato con cura.

“La crema di pomodoro non è abbastanza cremosa”, ha detto lui, senza alzare gli occhi dal suo PC.
Il piatto è tornato indietro.
E poi ancora.
E poi un’altra volta.
Tre volte. Tre.

Ogni volta più irritato, come se quella crema di pomodoro avesse incrinato il suo sistema di controllo. Convinto che il mondo dovesse piegarsi alla sua esatta aspettativa culinaria.

Io osservavo, impotente, mentre la ragazza diventava più piccola ad ogni restituzione. 

Lui, al contrario, sembrava espandersi nella sua tracotanza: uno di quegli individui cresciuti dentro un principio tacito ma diffusissimo: pago, dunque pretendo.

Quando finalmente il piatto è arrivato “come voleva lui”, l’ha rimproverata:
“Mi ha fatto perdere tempo. Ora il mio meeting inizierà con otto minuti di ritardo.”
Otto minuti. Il prezzo da pagare per una stupida crema di pomodoro. Un sacrilegio per il suo orgoglio. Una ferita alla sensibilità della giovane cameriera indifesa.

Sono rimasta in silenzio. Omertosa. E il mio silenzio, più che prudenza, era un piccolo fallimento morale.


Qualche giorno dopo, un’altra scena.
Luogo diverso. Stessa temperatura emotiva.

È successo in un salone estetico.
Un luogo gentile, quasi terapeutico nella sua calma.
Una donna è entrata senza salutare, parlando già in vivavoce, come se ogni conversazione personale dovesse essere condivisa con l’universo intero.

Una persona dello staff le ha chiesto gentilmente di attendere qualche minuto, e sarebbe stata servita.
Solo pochi minuti.
Lei ha risposto infastidita:
“Io devo essere servita subito.”

C’è una forma di superiorità che non ha bisogno di dichiarazioni: basta un sopracciglio accigliato.
Quella donna ne aveva fatto un’arte.

Quando si è seduta accanto a me, ha continuato a telefonare senza sosta.
L’estetista cercava di lavorare, mimando con le mani, perché lei non interrompeva mai la conversazione.
“Così no. Le voglio più a mandorla.”
“Falle bene.”

Nessun grazie.
Nessuna concessione alla cortesia.
Solo ordini, come se il mondo le dovesse obbedienza.

La signora che faceva le mie unghie mi ha sussurrato:
Siamo più abituati a comportamenti così che alla gentilezza.”

Di lì mi fu chiaro:
queste non sono “scortesie”.
Sono sintomi.

Micro-lesioni della vita civile.
Crepe che si accumulano e finiscono per cambiare l’intera architettura del convivere.

Avrei voluto fare qualcosa. Dire qualcosa. Ho sentito un moto interno. Il desiderio impulsivo e infantile di trasformarmi in una Sailor Moon adulta che, invece di sconfiggere i demoni, distribuisce buone maniere e coscienza civica. Ma sono rimasta in silenzio. Omertosa. Ancora una volta. Convinta che “non fossero affari miei”.

Eppure, uscendo, mi sono sentita in errore. Non per ciò che non ho fatto – nessuno di noi è chiamato a essere paladino morale in ogni istante – ma perché in quel silenzio ho riconosciuto qualcosa di più grande: una resa collettiva.

Le derive sistemiche dell’egoismo

In questo paesaggio, le relazioni diventano intermittenti: si attivano e si disattivano secondo utilità. L’altro viene ridotto a strumento, a parametro di convenienza.

E in questo scenario “idilliaco”, l’empatia si trasforma in un bene di lusso. Richiede tempo, pazienza, permeabilità: qualità incompatibili con il ritmo della prestazione. L’empatia non si improvvisa: si costruisce in due, non nella solitudine di un monologo identitario.

Gli esempi riportati in questo articolo, all’apparenza banali, rivelano un fenomeno più ampio: una trasformazione antropologica profonda.
L’egoismo non è più un vizio privato, ma un codice culturale che plasma i comportamenti, orienta le aspettative, definisce le relazioni.

Essere “selfish” può essere risorsa quando aiuta a salvaguardare la nostra identità, proteggere i nostri confini, sostenerci nelle fasi di trasformazione personale; ma può anche isolare, indurire, chiudere il mondo in una prospettiva sterile. Povera di ascolto, estranea alla lentezza, incapace di riconoscere l’umano nell’altro.

Il punto non è demonizzare l’egoismo né glorificarlo, ma riconoscerne la natura bifronte. La domanda che dobbiamo porci non è “siamo egoisti?”, ma “quale forma di egoismo stiamo coltivando – e a quale prezzo, per noi e per gli altri?”.

È in questa tensione, fragile e necessaria, che si gioca il nostro modo di stare al mondo.


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