Non sono mai stata amica della pazienza. Quella disposizione dell’animo che si nutre di attesa composta e fiduciosa non ha mai trovato dimora in me. Mi è sempre parsa una virtù austera, più adatta a chi sa confidare nel tempo che a chi, come me, preferiva sospirare nell’urgenza del desiderio. Io rincorrevo ciò che volevo come se, affrettando il passo, potessi convincerlo a farsi reale
I lettori più attenti lo ricorderanno: da bambina giravo il latte con la scorza di limone con troppa foga, impaziente che diventasse crema pasticcera. Non avevo cura di accompagnarlo, di rispettare quel passaggio lento e generoso che lo avrebbe reso vellutato, denso al punto giusto. Mio padre me lo ripeteva sempre: non troppo presto, non troppo forte, o si aggrumerà. Ma io ero golosa. E non sapevo aspettare che la bellezza si compisse.
Allo stesso modo, superato il giorno dell’Immacolata, cominciavo a mescolare il tempo. Freneticamente lo impastavo, illudendomi di accorciare i giorni che mi separavano dalla sera della Vigilia. Il 24 dicembre. Perché sì, più ancora del giorno di Natale, era quella la notte più magica nella mia famiglia: una soglia luminosa, carica di promesse, in cui tutto sembrava di nuovo possibile.

Il prima. L’età dell’oro
La Vigilia segnava l’ingresso in scena del periodo più caldo e indulgente dell’anno. La famiglia si riuniva per il primo dei tre giorni sacri, e improvvisamente le regole perdevano forza. Non esistevano sveglie, doveri, missioni. L’unico vero proposito era dilatare lo stomaco a sufficienza per accogliere tutte le ricette – soprattutto i dolci e i fritti – giocare fino allo sfinimento, scartare ogni regalo e restare svegli il più a lungo possibile.
Tutto ciò che durante l’anno era proibito, lì non solo veniva tollerato, ma persino incoraggiato. Era una sospensione collettiva del giudizio. Una licenza straordinaria concessa dalla tradizione.
Il cibo lasciava tracce persistenti: un odore che ti restava addosso per giorni e che, nonostante la doccia mattutina, raccontava a chi ti passava accanto esattamente da quali portate fossi reduce.
Era uno spasso. E durava settantadue ore. Potente e transitorio quanto un incantesimo.
Tre giorni dopo, come per incanto, tutto tornava al suo posto. Senza rancori dichiarati, senza strascichi evidenti. Come se un sortilegio si fosse impossessato delle menti per poi dissolversi, lasciando dietro di sé solo una vaga stanchezza e molte stoviglie da lavare.

Arrivare preparati a quell’appuntamento annuale era un lavoro vero e proprio, pianificato e coltivato per mesi. Decidere cosa cucinare, cosa portare all’ospite, come vestirsi non era materia da dilettanti: richiedeva tempo, organizzazione e una buona dose di nervosismo.
Il tempo libero dei miei genitori, paradossalmente, diventava più impegnativo dei giorni feriali. C’erano regali da cercare, spese da fare.
Mia madre ha sempre avuto un talento innato per fiutare le novità: amava cambiare ogni anno. Gli addobbi dell’albero, i gusti dei torroni, i panettoni gastronomici, le salse con cui accompagnare il bollito.
Settimane prima cominciava la caccia. Come un cane da tartufo, perlustrava ogni fonte attendibile alla ricerca della ricetta perfetta: riviste, televisione, web. Poi, a un certo punto, chiamava me e mio padre a raccolta per chiederci un parere su ciò che aveva teorizzato.
Lui, quasi sempre, si mostrava assertivo. O meglio, prudentemente timoroso. Sapeva che una risposta sbagliata – soprattutto se esitante – gli sarebbe costata la quiete. Io invece accettavo volentieri il guanto di sfida. Pur non avendo ereditato le doti culinarie delle donne della mia famiglia, da piccola mi divertiva mettere becco nelle questioni importanti. E per mia madre, la redazione del menù di Natale era una faccenda cruciale.
Intanto il frigorifero strabordava di cibo coloratissimo. I ravanelli non erano mai stati così fucsia, i peperoni così rossi. Il tavolo della cucina si riempiva di teglie di ogni formato, mattarelli, mezzalune per il prezzemolo. Il forno restava acceso senza tregua, e la cucina assomigliava sempre più al laboratorio di un fornaio.
Dieci giorni prima della Vigilia facevo colazione sul tavolo grande della sala, circondata da palline, fiocchi bordeaux e luci. Ogni dettaglio scandiva i giorni sul calendario: il giorno fatidico era alle porte.

Per molti anni, la sera del 24 si celebrava da mia nonna paterna. Il suo menù si riconosceva prima ancora di varcare il portone: l’odore dell’insalata russa e dei peperoncini ripieni arrivava fino alle scale, seguito dalla pasta al forno ricoperta di crosta croccante, dall’arrosto destinato agli adulti e dalla carne impanata con patatine fritte per i più piccoli – che, in verità, veniva contesa anche dai grandi.
E poi c’erano gli struffoli. Immancabili. Quelle piccole sfere di ceci fritte dorate e tenute insieme da una colata di miele lucido, cosparse di coriandoli di zucchero color arcobaleno. Io mi divertivo a disfarli con le mani, a separarli uno a uno, impastandomi le dita di miele e piacere. Era un gesto dispettoso, goliardico, quasi una piccola profanazione. Ma ridevo felice, con la certezza infantile che sarebbe stato così per sempre.
Mia nonna ci accoglieva nel suo regno – la cucina – con un grembiule ricamato da lei, stretto in vita con un nodo deciso. Il rossetto rosso privo di sbavature e la piega cotonata in modo impeccabile erano la sua esplicita dichiarazione di resilienza.
Nessun dettaglio era lasciato al caso.
Ricordo l’intreccio delle voci che si sovrapponevano, lo schiocco dei bicchieri, il contatto dei piatti.
Era una di quelle rare occasioni rette da un tacito accordo:
È Natale. Facciamo che sembri tutto perfetto.
E in quell’età dell’oro, favolistica e puerile, esente da domande, lo era davvero.
O almeno, bastava che lo sembrasse.
Vive uno Scrooge dentro ognuno di noi
Crescendo, quei tre giorni persero progressivamente la loro eccezionalità. Divennero più ordinari, più prevedibili. Meno sacri, meno memorabili, meno permeabili all’incanto. Il tempo, che un tempo sembrava dilatarsi, riprese la sua corsa regolare, e con essa tornò anche il peso delle misure.
Lentamente, senza clamore, quelle tavole si trasformarono in campi di battaglia sottili. Non dichiarati, ma riconoscibili. Più che chiederti come stai, si iniziò a valutare ciò che avevi o non avevi: fidanzati, voti, lavori, successi. Le domande si fecero inventari, gli sguardi confronti silenziosi. L’innocenza dell’incontro lasciò spazio alla contabilità dell’esistenza.
Tutto cambiò senza che nessuno potesse impedirlo.
Così anche il Natale, da sentimento, regredì a rituale. Da desiderio a dovere. Le preparazioni diventarono compiti. I compiti, obblighi.
Sfumata l’età fanciullesca, svanì anche l’incoscienza di volersi felici per decreto, in un momento costruito per esserlo.
Ma non tutto andò perduto.
Il finale di questo racconto, infatti, è ancora tutto da scrivere.
Perché sarebbe un errore pensare che il Natale appartenga solo all’età infantile. Nell’età adulta cambia natura: non arriva più come dono spontaneo, ma come responsabilità. Non accade: si costruisce. Non si subisce: si sceglie.
Ed è forse qui che il Natale diventa più esigente, ma anche più autentico: quando smette di proteggerci e ci chiede, invece, di esserci.
Oggi il Natale, per me, è tornato a essere un sentimento. Come l’amicizia, come l’amore, come una fratellanza autentica: va costruito. Scelto. Coltivato.
C’è uno Scrooge in ognuno di noi. Un guardiano stanco, disilluso, che confonde la difesa con la chiusura. A Natale possiamo decidere di congedarlo e di aprire al suo posto uno spazio di incontro.
Dovunque trascorrerete il vostro Natale, credenti o meno, provate a scambiarvi qualcosa di più di un regalo o di un panettone. Donate voi stessi. Le vostre crepe e i vostri sorrisi.
Il Natale non è una tradizione da rispettare: è uno stato d’animo da abitare. Se manca la disposizione ad accoglierlo, semplicemente, non esiste.
Io vi auguro un Natale sincero, e vi ringrazio per aver camminato fin qui con me.
Nuove, importanti avventure ci attendono dietro l’angolo.
Until next year.







