Questo testo inaugura Sincerely Altea su Substack, il luogo che ho scelto per ospitare d’ora in avanti la mia scrittura.
Gentili lettori,
rifletto sulla necessità di uncambio di rotta.
Non un mutamento di registro, né una rivoluzione identitaria, ma uno spostamento più sottile e, proprio per questo, più radicale.
Questo progetto editoriale nasce da un lungo lavoro di indagine e di critica. Per mesi ho esitato prima di dargli forma, trattenuta da uno scetticismo che aveva poco a che fare con la lucidità. Nella mia mente si affollavano scenari ingenerosi: non verrò compresa; e se non verrò compresa, il mio intento verrà tradito.
Ripensandoci ora, riconosco in quelle esitazioni non prudenza, ma una forma raffinata di autosabotaggio. Un modo elegante – e inutile – di sottrarre energia a ciò che chiedeva soltanto di essere accolto. O, per dirla con le parole del mio professore di greco, di non concedersi il diritto di realizzare il proprio pathos.
Una mattina, senza ulteriori mediazioni, ho aperto l’agenda nera che da mesi custodivo sul lato della scrivania. Ho iniziato a sfogliarla, a leggerla per la prima volta. Tra quelle pagine c’erano appunti ordinati e altri contorti, frecce, correzioni, scarabocchi; alcuni mi erano immediatamente familiari, altri chiedevano ancora di essere decifrati.
Ricordo con precisione la sensazione che provai: una vitalità improvvisa, netta.
Lì dentro c’era tutto ciò in cui credevo: idee maturate nella mia esperienza minuta, conoscenze acquisite attraversando ogni nuova impresa, ogni errore, ogni inizio.
Su una pagina ritrovai lo scheletro completo del progetto: il nome, l’immagine che lo avrebbe rappresentato, i filoni tematici, i primi contenuti, il luogo a cui affidarlo, le persone a cui avrebbe potuto parlare. Avevo persino immaginato una sua possibile evoluzione, annotando a margine: pensare a un’estensione di dimensioni e natura.
È da quella pagina che nasce Sincerely, Altea.
Ed è da quella pagina che si apre, oggi, questo nuovo proposito.
Pensare richiede spazio
Viviamo nell’era dell’immediatezza.
Nell’era dello scrolling: il gesto per cui il pollice – o l’indice – attraversa, in un solo minuto, una quantità impressionante di immagini.
In pochi secondi passi da un bombardamento ripreso in diretta al reel dell’ultima influencer che consiglia un nuovo prodotto cosmetico.
Dal personal trainer che spiega come eseguire correttamente gli affondi, all’intervista di un cantante seduto su un divano, cuffie enormi, intento a raccontare il proprio rapporto con i genitori.
Poi animali generati dall’intelligenza artificiale, così simili ai reali da non saperli più distinguere.
Un frammento di un film degli anni Novanta.
E di nuovo la guerra.
La miseria.
La violenza sugli uomini e sugli animali.
Subito dopo, una donna che si riprende alle cinque del mattino: truccata, vestita, impeccabile. Fa il bagno ai suoi tre figli, li insapona, li increma, prepara l’avocado e uno smoothie proteico.
E tu – improvvisamente – ti senti sollevato.
Il mondo profuma di caramelle alla fragola.
E va tutto bene.
Allo scroll successivo, ancora la guerra.
E questo, spesso, ti basta per credere di aver vissuto.
Di aver visto.
Di aver capito.
Di conoscere il mondo attraverso uno schermo grande quanto una mano.
Ma cosa ti rimane davvero di tutto ciò che hai ingurgitato?
Qualche titolo, soprattutto quelli in grassetto.
Le immagini, sì: quelle restano, perché il cervello le fotografa.
E poi?
Sai parlare di guerra, di pace, di geopolitica, di affari esteri?
Sai controbattere a un’opinione contraria alla tua senza rifugiarti nello slogan?
Saprai difendere la libertà quando sarà messa in discussione?
Saprai distinguere il vero dal falso, il bene dal male?
Saprai riconoscere la natura di una notizia?
Saprai, davvero, pensare?
Questo spazio non basta più.
Non basta per riflettere la complessità, né per restituire senso a ciò che oggi ci abita – e che diventa ogni giorno più sfuggente, più opaco, più difficile da maneggiare.
L’impotenza che viviamo non si combatte con frasi ad effetto che generano consenso e addormentano la mente.
L’incertezza si attraversa con una torcia in mano, e con il coraggio di continuare a camminare anche quando la strada non è illuminata.
E questo coraggio nasce dalla pratica del pensiero critico, non dai manifesti.
La scelta di traslocare
È anche per questo che ho scelto di traslocare qui.
Blog e Instagram, per come funzionano oggi, sono diventati spazi troppo stretti: luoghi che esigono sintesi continua e immediata reazione. Un ritmo che comprime la complessità e, nel tempo, finisce peraddomesticare il pensiero.
Substack, al contrario, restituisce tempo e profondità alla scrittura.
È uno spazio epistolare contemporaneo, dove i testi arrivano per email e chiedono ciò che oggi è diventato raro: attenzione, presenza, lentezza.
Qui il progetto prosegue il suo intento originario: allenare il pensiero critico, schermarsi dall’omologazione e dalle derive conformiste che svuotano ogni possibilità di autodeterminazione e autenticità.
È uno spazio aperto non a tutti, ma a chi avverte affinità con questo proposito. A chi sente l’urgenza di interrogare il reale invece di semplificarlo. A chi desidera contribuire, con il proprio sguardo, alla costruzione di una comunità lucida, consapevole, capace di sostare nella complessità senza pretendere risposte immediate.
I testi che troverete qui saranno più corposi, densi e articolati di quelli pubblicati finora. Non nascono dalla volontà di intrattenere o impressionare, ma dall’esigenza di mettere in discussione idee preconfezionate, narrazioni mainstream, verità considerate tali solo perché popolari o di tendenza.
Questo vuole essere un luogo di pensiero.
Di cura della parola.
Di confronto.
Una relazione diretta tra chi scrive e chi legge, senza mediazioni algoritmiche.
Per chi avverte affinità con questo nuovo proposito, questo spazio è aperto.
Non promette certezze, ma la possibilità – sempre più rara – di pensare senza fretta.
Sincerely,
Altea
Note per il lettore
Questo progetto editoriale prosegue ora su Substack, uno spazio pensato per una relazione diretta tra chi scrive e chi legge.
Substack è una piattaforma di scrittura che funziona come una newsletter: l’iscrizione è gratuita e ogni nuovo testo arriva direttamente nella propria casella email. Come una lettera.
È possibile leggere anche tramite app. Qui la scrittura torna a essere una corrispondenza: una relazione non mediata, che restituisce alla parola – e alla lettura – il suo tempo naturale.
Il progetto editoriale Sincerely, Altea è ora ospitato qui:
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